Foals

Una lunga storia d'amore: il concerto del gruppo inglese all'Alcatraz

Il concerto dei Foals, il 24 ottobre all'Alcatraz, è stato il racconto di come nasce un'intensa storia d'amore, con tutte le sue liturgie, tra due amanti speciali: uno sopra il palco, l'altro sotto, nel parterre.

FASE 1, IL CORTEGGIAMENTO
- La band di Oxford viene preceduta da una intro stroboscopica di rumori e ritmi inafferrabili con flash di luci abbagliante. All'ingresso in scena parte Prelude, l'incipit strumentale del nuovo album Holy Fire, uscito lo scorso febbraio. Il pubblico apprezza, tamburella con le dita e dondola la testa, lasciandosi affascinare dalla ritmica irresistibile e dai suoni acuti e brillanti delle chitarre elettriche, che puntellano strofe e ritornelli con arpeggi semplici ma pieni di groove.

FASE 2, LA PASSIONE - My number e Providence, dall'ultimo album, fanno saltare l'imbarazzo. La sintonia è totale e ormai davanti al palco il pubblico è un'unica massa saltellante all'unisono, complici i beat serratissimi che schiacciano l'occhio alla ritmica dance. il frontman Yannis Philippakis, che aveva iniziato senza dire una parola, sente il calore crescente e si lascia andare: prima improvvisa uno stage diving sulle prime file e poi, mentre i compagni sul palco continuano a suonare, scende nel parterre con la chitarra a tracolla e va a farsi uno shot di Jack Daniel's al bancone del bar, prima di fare il giro del locale e tornare sul palco, tra abbracci e pacche compiacenti. Una questione di contatto fisico.

FASE 3, L'AMORE - L'ultima parte è la celebrazione di una complicità genuina. Philippakis ci dice che siamo bellissimi e che dovrebbe dircelo più spesso, mostra la bandiera della Grecia urlando in italiano "Una faccia, una razza", e poi scarica le ultime energie: in Inhaler, con i suoi bridge in crescendo, la band usa i ritornelli come detonatori di vibrazioni e in Two Step, Twice chiude in bellezza sul dancefloor. Che sia un'avventura di una sera? Chissà, ma almeno non rimane traccia di crisi di coppia.