Diane Schuur

Pura voce. Zero effetti speciali

Anche senza di lei il sestetto Caribbean Jazz Project se la caverebbe benissimo. Potrebbe reggere Umbria Jazz o Montreaux. La ritmica è semplicemente perfetta. Dave Samuels al vibrafono è un grande. Parla un po’ di italiano, ma  presenta in inglese.
Due volte vincitrice di un Grammy. Non vedente. Diane Schuur scende le scale accompagnata. Si siede. Elogia l’ acustica e il cibo del Blue Note. Poi parte.
Ci accorgiamo subito che si stanno solamente scaldando.

Non è un concerto qualsiasi. Una super vocalist con una superband. E sono pure motivati. Il secondo brano è “Don’t let me be lonely tonight” di James Taylor. Niente di meglio di un brano che tutti conoscono per far capire che la band ha un suo sound. Niente di meglio per far capire che Diane e’ un gradino sopra alle cantanti di soft jazz emerse negli ultimi vent’ anni, Da Sade a Norah Jones per intenderci.

Dopo un paio di standard ritorna sul repertorio pop con “As” di Steve Wonder. La superband si scatena. A volte Dave Sanuels fa suonare il vibrafono come se avesse gli steel drums. Si intravede il fantasma di Tito Puente aggirarsi in un Blue Note strapieno. Soddisfatto, il fantasma, che il cosiddetto latin jazz abbia trovato musicisti in grado di interiorizzare il sound e di comunicare emozioni.
In “Poinciana” Diane lascia divertire la band.
Poi tutti lasciano il palco. Fine del primo set? No. Diane si siede al piano e si accompagna in una ballad natalizia. Poi saluta e se ne va.