Bon Iver, la musica come salvezza

Tutto esaurito all'Alcatraz per il fenomeno americano

Bagarini che vendono il biglietto a più del doppio del suo prezzo; hipster disperati che avvicinano hipster contenti chiedendo se per caso hanno un biglietto in più; intellettualoidi che tentano improbabili ingressi al banco accrediti sparando nomi a caso sbirciati di sbieco dalla lista: insomma, la sera del 30 ottobre, all'ingresso dell'Alcatraz, bastava guardarsi intorno per capire che il live di Bon Iver, sold out da giorni, si presentava già come un evento imperdibile.

Il fenomeno americano, all'anagrafe Justin Vernon, entra in scena con altri otto musicisti in un assetto da guerra insolito: tre chitarre, due batterie, una sezione di fiati, una postazione polistrumentale e qualche organetto a disposizione. Tutto intorno decine e decine di torce come candele accese e cangianti, davanti a quello che sembra un sipario stracciato e illuminato ad arte, come scenografia. Già con la prima esplosione di Perth, il suono si mostra potente, le percussioni scorrono sul pavimento e si riverberano addosso, come battiti cardiaci. I fiati in crescendo e le aperture improvvise si avvicendano in piccoli sfoghi catartici, complice una voce eterea, spesso raddoppiata in cori liberatori. Justin omaggia il leader dei Wilco, Jeff Tweedy, e parla di musica come fonte di salvezza. Il pubblico canta, ma più spesso si lascia cullare dai giochi armonici, mentre si alternano atmosfere intimiste e suggestioni orchestrali. Ed è proprio questo che rende la performance di Bon Iver così speciale: la capacità di rapire senza ipnotizzare, di far viaggiare la mente, mantenendo vivi tutti i sensi, di dare a ogni suono un percorso da compiere attraverso l'esperienza di chi lo ascolta.