Beach House

'Dream of Baltimora': il suono onirico della band di Bloom

Capita di tutto nella vita, anche arrivare ai Magazzini Generali alle 21 e trovare ancora la coda per entrare. Responsabili di questo i Beach House, che nella serata dell'11 marzo hanno salutato l'Italia con l'ultima di tre date. All'interno il pubblico, tra cui spuntano anche i fratelli Pace dei Blond Redhead, ha già occupato tutta lo spazio consentito ed è intento ad ascoltare la performance di Marques Toliver. Il musicista armato di microfono e violino presenta i brani del suo album di debutto Land of CanAan. La sua voce profondamente soul riempie il locale, il violino che sostiene da solo l'impalcatura pop delle canzoni e il suo sorriso mentre si racconta fanno il resto.

Lo scenario cambia in fretta, le luci si assottigliano e inizia il sogno dei Beach House. Come una fata morgana vestita di luce, Victoria Legrande occupa il centro con il suo organo e una giacca scintillante, mentre Alex Scally alla chitarra la accompagna nella penombra. Le simmetrie della scenografia, con i giochi di luce svelano lunghe frange bianche, quadrati rigorosi e persino un cielo stellato. Bloom, disco pubblicato nello scorso 2012, occupa la maggior parte della setlist. Wild, Lazuli e Irene, che chiude il concerto, sono gli episodi più riusciti, in cui la voce si unisce al tappeto sonoro ed evoca il "dream", quell'effetto magico e onirico che è alla base del sound del duo di Baltimora. Un suono che negli anni si è consolidato ed è riuscito a farsi apprezzare da una nutrita varità di fruitori musicali.
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