Baccini canta Tenco

Il pubblico dello Smeraldo rivive con il cantastorie Francesco Baccini l'arte di un gigante-profeta

I genovesi navigano oltre la soglia del tempo. Baccini canta Tenco è l’incontro appassionato di due cantautori appartenenti alla stessa terra, ma a due generazioni diverse: il primo, eclettico girovago musicante degli anni ’90; il secondo, profeta e innovatore dei ribelli anni ’60. Di Luigi Tenco si è scritto troppo, si è parlato spesso a vanvera e nell’immaginario collettivo resta impressa la tragedia. Francesco Baccini con audacia riporta in vita l’arte di Tenco, il suo canzoniere dimenticato fatto di intimità, ironia, denuncia sociale. E lo fa in quella dimensione teatrale che non ha bisogno di esibizionismi scenici, ma chiede al musicista di farsi pastore errante per far pascolare la voce polifonica dell’anima. “A Luigi mi legano alcune coincidenze" – racconta Baccini dal palco dello Smeraldo – "e poi da ragazzo tutti continuavano a ripetermi che gli somigliavo spudoratamente”.

BANG BANG - Il sax saltellante di Luca Volante gli sta dietro così come la chitarra filante di Armando Corsi perché dopotutto Baccini rapisce la platea milanese nelle vesti di romantico cantastorie, passando dalle luci temporalesche di Bang bang ai sussulti fumanti  di Mi sono innamorato di te; dal manifesto impegnato di Se ci diranno alla censurata Ciao amore ciao, riproposta nella doppia versione. E poi a sorpresa sale sul palco Alberto Fortis: questa complicità porta lo spettacolo nella direzione "ostinata e contraria" di una jam session, dove l’improvvisazione si insinua nei passaggi da copione. C’è spazio anche per ricordare il legame con l’amico De André e sussurrare a bassa voce Preghiera in gennaio, uno stralcio di letteratura musicale scritta da Faber per il compianto Tenco.

UN ATTO D'AMORE - Baccini canta Tenco è un atto d’amore non solo verso un gigante-profeta della musica italiana, ma anche verso il pubblico. In una serata musicale Milano ha trovato le tracce di un percorso a ritroso che va verso il futuro, portandosi dietro quell'ultima speranza, diluita nel canzoniere di Tenco. Francesco Baccini ce lo ha ricordato con umiltà, in punta di piedi e senza troppi clamori, proprio come era lo stile di Luigi.