Amanda Palmer

Genio e follia sul palco del Factory. Il live dell'artista con i Grand Theft Orchestra

C'è un luogo a Milano, proprio sotto il ponte della tangenziale est, tra piloni di cemento e capannoni industriali, rumore di ferraglia sulle rotaie, pozze di fango e stradine male illuminate, dove tutto potresti aspettarti, tranne che di assistere al più stravagante, variopinto, surreale concerto dell'autunno milanese. Il merito è di Amanda Palmer, ex leader dei Dresden Dolls ormai avviata alla carriera solista, sul palco del Factory lo scorso sabato 9 novembre.

AMANDA È PAZZA - Chiariamo subito. Amanda Palmer è pazza. Di quella pazzia poetica, dissacrante, quella che scaturisce dalla genialità di un estro incontenibile, combinato con un talento interpretativo fuori dal comune e soprattutto un'urgenza espressiva che non trova pace. L'eccesso come scelta estetica, tra il burlesque, il punk, il cabaret e una personalità dark e insieme glam che pare partorita da una visione di Tim Burton in acido. Con queste premesse, Amanda fuckin Palmer (come la chiama amorevolmente quell'altro genio di Ben Folds che ha prodotto il suo primo album da solista) si presenta sul palco con un make up da bambola creepy, con leggins dorati, corpetto nero da intimo vintage e reggiseno di pizzo a balconcino. Sarebbe anche molto sexy se non fosse per i peli ascellari deliberatamente incolti. Ma lei è così, dissacrante e sboccata, femminista e bisessuale, amante dell'amore e nemica delle regole. Anche i suoi fan lo sanno ed è per questo che nel pubblico c'è chi indossa parrucche fluo, ciglia finte e outfit da Roky Horror Picture Show.

AMANDA È ESPLOSIVA
- La performance live, accompagnata dai Grand Theft Orchestra, è uno specchio fedele della sua estetica: scorribande strumentali, cover illustri (da Lou Reed ai Nirvana), un pianoforte che suona grunge e soluzioni giocose. Pure troppo, forse, tant'è che tecnicamente la resa vocale e soprattutto la grazia di certi splendidi arrangiamenti su disco lasciano il posto a imprecisioni strumentali e qualche stonatura (come nella ballad The Bed Song). Ma del resto, l'intento dal vivo è un altro: offrire uno spettacolo a 360 gradi che vada decisamente oltre la musica. E tutto diventa molto più chiaro quando, all'ennesimo stage diving, Amanda si lancia sul pubblico coprendo quasi l'intero parterre con il maxi strascico della sua giacca. Dopo un'ora e mezza di follia esplosiva, i travestimenti e le trovate di spirito (tipo la cover ossessiva di Smells like teen spirit e la schizofrenica Girl Anachronism) terminano, ancora una volta, nel modo che non ti aspetti: con una dolcissima cover di Hallelujah di Leonard Cohen, che chiude una scaletta sacrificata dall'incombente sessione disco del sabato sera.
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