Intervista a Valeria Parrella

La scrittrice napoletana ha pubblicato il romanzo "Lo spazio bianco", ma parla anche della sua città

Quando pubblicò i suoi primi racconti in Mosca più balena era il 2003. Ricevette il Premio Campiello nella sezione riservata alle opere prime. Sembra ieri, ma il tempo è passato e Valeria Parrella ha dato alla luce la sua nuova fatica Lo spazio bianco (Einaudi, Euro 14,80), in cui racconta di una nascita vera e propria, quella di Irene. La bimba è prematura e il romanzo racconta la vita sospesa di sua madre Maria, un'insegnante che deve imparare a convivere con l'attesa e l'angoscia, sperando che la figlia sopravviva.

Riuscirebbe a spiegare, a spiegarsi, come prendono forma nella sua mente i personaggi di cui scrive? Com’è andata nel caso della creazione di Maria?
"No, diciamo che per me è come sognare: mi arrivano input diversi, su una base riconoscibili e in parte no. Cose vere, cose del passato, paure e speranze. A volte, come nel caso di Maria, scrivo ciò che mi piacerebbe essere".

C’è un personaggio della letteratura a cui è particolarmente affezionata? Un romanzo che ha tenuto con sé oltre la fine della sua lettura?
"Il mio personaggio preferito è il Faust di Goethe e il mio libro preferito è Resurrezione di Tolstoj".

Ancora a proposito del processo di scrittura: quali sono le circostanze che la convincono a raccontare la storia e i pensieri di un determinato personaggio? Immagino infatti che nella mente di uno scrittore ci siano diverse storie che prendono vita, molte però poi sfumano nel nulla. Anche nel suo caso è così?
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Sì, si comincia a mettere giù un sacco di roba, poi d’improvviso una storia diventa- mi creda- necessaria. Cioè vuole vita:  sennò non si può scrivere più nulla. Quella allora è la storia da raccontare".

Lei ha scritto questo suo romanzo in un centinaio di pagine e fino allo Spazio bianco ha preferito la dimensione del racconto. Che rapporto è quello con i suoi personaggi? A libro finito se ne "libera" facilmente o da qualche parte continua a mantenere - per così dire - un legame con loro?
"No, ovviamente li comincio a detestare insieme al libro che li contiene. Anzi direi che i racconti sono un modo per fare pulizia più rapidamente".

Nello Spazio bianco emergono episodi del passato di Maria grazie ai suoi ricordi. Si tratta talvolta di momenti di storia collettiva, il caso più lampante è il sequestro Moro. Che importanza hanno avuto i ricordi nella narrazione?
"Servono per dare una dimensione al personaggio renderlo più "spesso",  far capire al lettore che le sue scelte nel presente nascono da qualcosa che è sedimentato nel passato".

Napoli sembra essere, in questo suo romanzo, un personaggio con un suo ruolo. Che cosa prova nei confronti della sua città e cosa pensa del modo in cui i media si interessano di Napoli? I mezzi di comunicazione si occupano della città solo quando sembra sul punto di implodere…
"Sì, è come dice lei, per fortuna noi cittadini ce ne occupiamo continuamente. Ogni nostra discussione, ogni nostra militanza è la risposta alla quotidiana emergenza che voi, a Nord di Gaeta, neppure vedete".

Il romanzo si chiude con un episodio che racconta la scrittura di un tema da parte di uno degli alunni della protagonista, solo lì viene nominato lo spazio bianco del titolo. C’è un momento della sua vita dopo il quale lei metterebbe uno spazio bianco?
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No, io credo nei flussi continui senza cesure".

Risponda a questa domanda solo se non contraria al rivelare il finale. Irene alla fine vive: mi sembra un finale di speranza, un atteggiamento positivo nei confronti della vita, del futuro. Che cosa l’ha spinta a prendere questa decisione?
"Il romanzo era già troppo duro così. A me non interessava che il dolore fosse nell'avvenimento, ma nel modo in cui la protagonista se lo gestiva. Il finale era quasi irrilevante e dovendo scegliere mi faceva piacere mostrare che anche se le cose vanno bene questo non cambia nulla".

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