Intervista a Ugo Chiti

Colloquio con un'anima divisa in due, tra teatro e cinema, tra scrittura e regia

La sua scrittura teatrale serpeggia tra coralità, memoria e cronaca. Eppure Ugo Chiti, classe 1943, è riuscito a ritagliarsi un posto pregiato anche come sceneggiatore cinematografico con titoli come Per amore solo per amore (1993), L'imbalsamatore (2002) e il recente Manuale d'amore (2005).

Ugo Chiti, spesso ricopre anche ruoli di regia. E' mai stato tentato di riscrivere un testo da lei diretto a modo suo?
"E' una domanda difficile in quanto quando scrivo mi ritrovo ad essere diverso da quando allestisco uno spettacolo. Di solito i copioni che mi capitano tra le mani sono sempre lontani dalla mia scrittura. E forse è proprio in questo senso che c'è la tentazione, quella di scegliere testi da dirigere che divergono da come io li avrei raccontati".

Quale è il suo stile di scrittura drammaturgica?
"Io scrivo ad incastro. Mi spiego meglio. Incastro una dentro l'altra le vicende che riguardano i miei personaggi, nel senso che ho sempre un occhio di riguardo per la coralità. Mi seduce l’intreccio dei caratteri dei personaggi".

Pensa che una regia sobria possa salvare un testo debole?
"Può accadere. La regia è una sorta di linea parallela che spesso avvolge i personaggi, li riassetta in un percorso. Da questo punto di vista può togliere una precarietà  perché li conduce in una visione unitaria".

Quale è un suo privilegio nel suo lavoro?
"Io ho il privilegio di scrivere per il teatro di compagnia, e cioè già nell’atto della mia scrittura si concretizzano davanti a me i personaggi. Confesso che il mio rapporto proficuo con la scrittura cinematografica mi permette il lusso di muovermi liberamente a teatro e di fare ciò che mi piace davvero".

Perché il cinema italiano non riesce a perforare di nuovo il cuore del pubblico?
"Il responsabile immediato è la televisione. Tutto è banale nel tubo catodico. La contemporaneità è resa banale quando attraversa il piccolo schermo e così il teatro tenta di astenersi da tutto questo. Credo che ci sia la paura di affrontare l’elemento drammatico. Per fortuna, il teatro resta la mia fortezza".