Intervista a Tommaso Cerasuolo

Il leader dei Perturbazione, a dieci anni da 'In Circolo'. "Tante soddisfazioni, ma sul palco di Sanremo dovevamo esserci noi"

La data del 2 febbraio era stata cancellata per una tempesta di neve. Il giorno del recupero, lo scorso 11 aprile al Magnolia, inizia come il più invernale di questa primavera milanese, sotto un diluvio incessante. La battuta viene scontata: i Perturbazione ci tengono a essere coerenti con il nome che portano.

UN CONCERTO CELEBRATIVO - Bastano poche note di violoncello sotto una lirica toccante per capire che a farsi "turbare" non è certo il clima, ma l'intero universo emotivo di chi li ascolta. Tanto più in questo caso, quando si celebra il decimo anniversario dell'album In Circolo: una specie di esordio morale per la band piemontese, che nel 2002 fu tra le prime a coltivare un cantautorato capace di unire la raffinatezza di parole e sonorità di spessore con l’impulso vitale di un suono autentico e viscerale. In occasione dell'uscita dell'edizione deluxe, la scaletta ha riproposto l'intera tracklist del disco, salvo poi concedere un bis tra pezzi più recenti (Buongiorno, buona fortuna) e ironiche cover imprevedibili (Last Friday Night di Katy Perry). Un concerto celebrativo che, alla fine del live, il leader Tommaso Cerasuolo si ferma a commentare con noi.

In Circolo dieci anni dopo. Che cosa è cambiato nel frattempo?
"In Circolo è il primo disco in cui abbiamo veramente trovato una nostra lingua. C'era una certa innocenza, o meglio una certa ingenuità, che può spesso risultare un grande valore: quel buttarsi nel vuoto, come al primo lancio di un paracadutista, una sensazione di impagabile incoscienza. Oggi c'è molta più consapevolezza, abbiamo acquisito carattere, che è un po' come guardarsi indietro e riconoscere l'assurdità di certe scelte: è una cosa bella e brutta insieme, ma soprattutto è incredibilmente necessaria".

Senz'altro è un'occasione per riflettere sul vostro percorso. A che punto siete della vostra carriera?

"Secondo me abbiamo ancora molte potenzialità inespresse e questa è una cosa bella per una band. Anche la combinazione di più linguaggi, il cinema, la letteratura e le immagini, apre la strada a territori tutti da esplorare. Per esempio, per adesso stiamo scrivendo con un'idea di pop un po' particolare e giocoso: più invecchiamo, più abbiamo voglia di divertirci e divertire. E la cover di Katy Perry era un tentativo in questo senso".

Spesso si ha l'impressione che non abbiate (ancora) avuto quanto vi meritate. Lo percepite anche voi?
"Anni fa non mi sarei mai aspettato che le persone cantassero le canzoni con me, che mi dicessero che un nostro disco ha raccontato una parte della loro vita. Per me questo è il massimo ed è impagabile, al di là di quanto "ci meritiamo". Non mi piace fare del vittimismo, preferisco pensare che noi ci muoviamo, insieme con chi ci ascolta, verso territori da scoprire: si cresce insieme, oltre le barriere e le definizioni. Ad esempio questo concetto di rock indipendente… più passa il tempo e più ci fa ridere: per noi è musica tutta quanta. Ci sono grandi artisti che scrivono pessime canzoni e viceversa, poi alla fine a parlare è la musica che esce fuori dai suoi contesti e vive da sola per la sua strada".

Eppure siete spesso etichettati come capostipiti di un certo cantautorato indie…
"Questo ci lusinga, ma vogliamo sfuggire da questa etichetta: immaginare se stessi a ripetersi ciclicamente all'interno di dinamiche sempre uguali non ci darebbe gli stimoli giusti. Un gruppo ha bisogno di immaginarsi sempre nuovi traguardi, altrimenti è finito. Io non ho rimpianti sul passato e amo i nostri primi dischi, ma vorrei che tutti avessimo sempre viva la curiosità di ricercare nuovi linguaggi".

Uscire dagli steccati della musica indipendente. L'occasione potrebbe essere Sanremo?
"Sono anni che proviamo ad andare e non ci cagano mai, ma prima o poi forse qualcuno ci aprirà una porta. Quest’anno ci aveva invitato Arisa per la serata dei duetti. Prima di Giò (Mauro Ermanno Giovanardi, ndr) eravamo stati chiamati noi. Poi il direttore artistico Mazzi ha detto "No, non siamo mica al Tenco!". Noi gli abbiamo fatto presente che al Tenco non eravamo mai stati perché là siamo considerati troppo pop. E quindi, alla fine, rimaniamo in mezzo. Peccato perché sarebbe divertente. Ormai, dopo tanti anni, non avremmo nemmeno la paura di bruciarci: guardaci… più bruciati di così!".