Intervista a Simona Vigo

La curatrice di mostre della Galleria Agoràrte: traduttrice di universi artistici, le mani toccano l'arte, il cervello la carpisce, il cuore la sfiora

Simona Vigo, idea e organizza mostre alla Galleria Agoràrte. La si intervista in occasione di Mi Mundo, personale di José Demetrio: un universo energico di colori e la forza delle valenze simboliche. Fra casette abitate da spilli e sfumature cariche e intense, fra tele che neutralizzano la pioggia scrosciante e il vocio dei visitatori felici, si inizia a parlare - e capire - cosa comporti creare un percorso d'arte.

Cosa significa nel concreto essere curatrice di mostre?
"In primo luogo monitorare le realtà artistiche, le proposte, a seconda anche del proprio livello di specificità, della formazione, della linea della galleria e della disponibilità intellettuale dell'artista. Bisogna instaurare una relazione di fiducia e reciproca stima con l'artista che si sceglie. Valuto e seleziono con autonomia e con figure che mi aiutano e mi segnalano figure interessanti. Individuo l'artista, stabilisco il percorso che si può gestire: una collettiva o una personale, sapendo anche aspettare, se necessario, la maturazione dell'artista senza tormentarlo. A volte sono gli artisti stessi a proporsi e, anche laddove non espongono nell'immediato, cerco sempre di mantenere dei raporti duraturi: si tratta sempre di scambi culturali proficui."

Quando una mostra ha successo?
"Una mostra si considera dal punto di vista qualitativo, commerciale e per interesse suscitato nel pubblico. Non sempre il livello qualitativo è così scontato come potrebbe sembrare. Noi lo perseguiamo e abbiamo riscontri nel pubblico perché ci impegnamo a proporre delle belle mostre. Agoràrte è frequantata non solo da chi le opere le compra, ma anche da chi vuole confrontarsi con i percorsi proposti."

Dove sta andando l'arte a Milano?
"Milano spesso tende a privilegiare artisti "nel giro", o certi nomi caldeggiati da critici famosi: non sempre c'è capacità e voglia di osare e di puntare sul nuovo o sull'insolito. E ahimè spesso si cade nel commerciale, nello scontato. Noi cerchiamo di evitarlo, ma le difficoltà ci sono: non c'è tutta questa grossa apertura verso i nuovi artisti."

Si sente mediatrice tra il mondo dell'arte e quello del pubblico?
"Sento la responsabilità di essere tramite tra un universo artistico e quello della fruizione popolare. Quando scelgo un artista ci sono tanti interlocutori diversi da colpire: critici e visitatori, altri artisti e galleristi: devo declinare lo stesso messaggio per pubblici diversi senza scalfire il significato autentico del messaggio artistico. E non è facile."

Quanto c’è di lei in Agorarte?
"C'è moltissimo di me. Lavoro con molta passione. Cerco di capire gli artisti. E ogni volta mi stupisco, mi metto profondamente in discussione a imparo, conosco, vivo l'arte: dagli aspetti concettuali a quelli più pragmatici - come appendere un quadro e posizionare una casetta facente parte di un'installazione. In fondo il mio è un lavoro di traduzione, di analisi, di comprensione di segni, di poesie artistiche che poi pongo in condivisione con il mondo."