Intervista a Richard Long

Land Art... principio filosofico "tutto ciò che è pratico"

Richard Long è nato nel 1945 a Bristol, Inghilterra. E' uno dei massimi esponenti mondiali della Land Art. Tra il 1962 e il 1965 ha studiato alla West of England College of Art di Bristol e tra il 1966 e il 1968 alla St Martin's School di Londra. Tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto nel 1989 il Turner Prize della Tate Gallery di Londra. Vive e lavora a Bristol. Ecco cosa ha raccontato a Lucia Borromeo, curatrice della mostra Really, Really Simple a Villa Panza di Varese.

Ti senti più a tuo agio con opere ambientali che con sculture per interni?
"Fondamentalmente sono un artista ambientale. La natura è il cuore del mio lavoro.
Nei lavori per luoghi chiusi mostro la natura: in alcune opere mostro la natura del fango, della gravità, dell'acqua, della gravità cosmica... In altre mostro la natura delle pietre."

Con i tuoi lavori mostri la natura, la natura dei materiali, ma nello stesso tempo utilizzi un profilo, un disegno di base decisamente geometrico.
"E' vero. Sono un artista molto semplice: lavoro con i materiali elementari della terra: pietre, fango, acqua. Costruisco immagini archetipe e faccio attività molto semplici e normali. Questa è la mia scelta come artista. Per me figure come la linea e il cerchio hanno un potere molto forte, il potere dell'archetipo, dell'universale. In un certo senso, nel mio lavoro ho sempre messo in competizione forme idealizzate come il cerchio e la linea, contro l'idea che ogni cerchio che realizzo è diverso perché ogni luogo del mondo è diverso. Quindi in qualsiasi parte del mondo io posso fare cerchi sempre diversi, perché ogni luogo è diverso."

Quindi le figure geometriche che vediamo nelle tue opere non hanno niente a che vedere con le forme del minimalismo? Sono più un modello primitivo.
"Io vengo dalla generazione dell'arte concettuale, ho un legame con quella generazione, sicuramente, ma nelle mie opere c’è anche un aspetto primitivo. In fondo sono una specie di artista delle caverne, dopotutto tiro ancora sassi e faccio ancora opere con le mani, col fango!"

Un ritorno ai primordi, alle origini...
"Sì, esattamente. Posso dire che il mio lavoro è pieno di gesti semplici e primitivi, anche legati al corpo stesso - per esempio il mio camminare, i miei lavori con le mani e le mie impronte - e nello stesso tempo vi sono presenti principi sofisticati, quali quelli di tempo e spazio. Sfrutto l'idea di camminare nel paesaggio per partecipare a idee diverse, di tempo e spazio."

Ci sono tuoi lavori che dureranno per sempre...
"Naturalmente sì: l'opera Madrid Circle è un buon esempio. Mi piace anche pensare che le pietre si spostino, a volte per esempio posso tenere dei sassi in tasca mentre faccio lunghe passeggiate per l’Inghilterra, può essere ad esempio una camminata di dodici giorni in dodici sassi, nella quale, alla fine di ogni giornata, un sasso è in un posto diverso. Quindi quei sassi non spariranno mai: tutte le pietre che ho usato nelle mie opere sono ancora al mondo; solo che nessuno sa quali pietre siano né sa come trovarle. Quelle pietre sono anonime ma reali!"

Riguardo alle forme geometriche di alcune tue opere, si potrebbe pensare al minimalismo...
"Sì, il mio lavoro può essere visto come un punto d’incontro tra queste idee tipicamente classiche, platoniche, come il cerchio o la linea, e la realtà dei luoghi del mondo reale, dei diversi tipi di paesaggio. Quindi nel mio lavoro la diversità si verifica poiché ogni pietra della terra è differente. Quindi per le mie opere non ho bisogno di inventare forme e immagini personali, perché in un certo senso il cerchio è universale, appartiene a tutti e tutti lo capiscono."

E rimanda alle origini dell'uomo sulla terra...
"Beh, è il segno di un uomo, ma è un segno anonimo di un uomo, non necessariamente il segno di Richard Long. Molte persone hanno usato il cerchio nelle culture più diverse della storia."

Non è il segno di Richard Long, ma prima hai detto che ti piace lasciare un marchio sulla terra...
"Penso che in generale tutto il mio lavoro sia la traccia del mio passaggio nel mondo, cioè le mie passeggiate o quant’altro, lasciano, in vario modo, un segno. Alcune volte le tracce sono più durature, altre meno. Quindi per esempio per una mostra potrei fare una grande opera di fango, che è un modo per lasciare una traccia, mentre nel paesaggio potrei creare un disegno liquido semplicemente versando dell'acqua su una superficie rocciosa, oppure potrei lasciare un cerchio di pietre: ci sono molti modi diversi... anche il solo camminare lascia impronte che spariscono quasi immediatamente. Ci sono molti modi per marcare il mondo."

Esiste un legame con l'Arte Povera?
"Sono attratto dall'idea di fare arte con nulla: per creare un'opera d'arte posso semplicemente camminare su e giù per un prato finché ho creato un sentiero. Penso questa possa essere l'opera di Arte Povera per antonomasia, in un certo senso, sia nei mezzi utilizzati per la realizzazione che nello spirito. In questo senso il mio lavoro è lopposto della Land Art Americana, che richiede vasti terreni di proprietà e molte finanze per lavorare con grandi macchinari. Il mio lavoro non ha niente a che fare con la monumentalità della Land Art."

Alcune tue opere però appaiono monumentali.
"Penso ci sia una differenza tra dimensione di un'opera e monumentalità. Io non costruisco monumenti, ma opere d'arte di grandi dimensioni. Ad esempio posso fare un lavoro lungo mille miglia, collocando, lungo una passeggiata di tale lunghezza, un sasso al giorno.
Ecco quindi che nella mia opera la dimensione può essere enorme, senza che per questo l’opera sia un monumento. Uno dei principi filosofici del mio lavoro è tutto ciò che è pratico. In realtà il mio lavoro è molto, molto semplice."