Intervista a Paolo Rossi

L'attore ci racconta la sua versione pop del Mistero Buffo di Dario Fo

Affrontare un testo complesso e in continuo arricchimento come Il Mistero Buffo di Dario Fo è davvero uno sfida. Paolo Rossi ha deciso di affrontarla con la sua comicità sottile e molta tranquillità, come traspare dalla conferenza di presentazione dello spettacolo, in scena al Teatro Strehler dal 4 al 30 maggio. L'attore ha raccontato alcuni aspetti del "suo" mistero buffo e di Milano.

Come mai ha deciso di portare in scena Il Mistero Buffo?
"È come se lo recitassi da sempre. Ho cominciato a lavorare con Dario, poi ho avuto altri grandi maestri come Strehler, Jannacci, Gaber e Cecchi, ma lui è stato il primo. Ha influenzato la mia scrittura, a ripensarci il primo testo di cabaret che ho scritto si chiamava Il Vangelo secondo Frank Zappa".

In cosa consiste la sua versione pop?
"La presenza di una regia anzitutto, Carolina De La Calle Casanova non ha mai visto lo spettacolo di Fo dal vivo, è un modo per staccarsi da quel modello. C'è pieno rispetto dell'opera e dell'insegnamento di Dario: rubare in teatro è cosa buona, copiare è da scemi. Il mistero buffo è un grande contenitore, lui stesso dice di non aver ancora finito di scriverlo. Dagli anni 70 a oggi ce ne sono stati di misteri, anche non troppo buffi, per non raccontarli in questa versione".

Per quanto riguarda la lingua dello spettacolo? utilizzarà il Grammelot?
"Utilizzo più di una lingua. L'italiano, è una lingua che nasce con i tg, tutti i grandi teatranti hanno scritto in dialetto o con cadenza dialettale. In questo spettacolo creo una lingua di sopravvivenza".

Ha trovato qualche difficoltà nella messainscena dello spettacolo?
"La difficoltà maggiore è che alcune gag non mi riuscivano, eppure sono portato per il comico. Il problema è che Dario è altissimo e io pare di no. Allora ho rovesciato alcuni lazzi, ad esempio durante l'episodio della resurrezione di Lazzaro Dario si immagina di parlare con un bambino, io immagino arrivi un uomo più alto di me".

Milano è la sua città adottiva. Come crede sia cambiata nel corso degli anni dal punto di vista dei luoghi della comicità e del teatro?
"Quando mi sono trasferito a Milano erano anni duri ma palpitanti. Non ne ho nostalgia, era una realtà diversa. Quando vivi tanto in un posto ti accorgi dei cambiamenti solo al ritorno da un viaggio. Sono cambiati i negozi, dove c'era un gelataio hanno aperto un negozio di abiti alla moda e così via. Non credo sia un problema solo milanese. Ci sono sacche di resistenza, persone che mantengono vive le istanze della cultura, però non deve diventare una torre d'avorio per soli amatori. Verrebbe voglia di andare via ma sarebbe vigliacco, certo che se fossi stato uno stilista o un designer sarei stato più avvantaggiato".