Intervista a Paolo Nori

L'autore di "Mi compro una gilera" fra ideologie, anarchie e non sensi

Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, è laureato in letteratura russa, ha lavorato in Francia per tre anni per un'impresa edile, e poi come traduttore dal russo e dal francese. Fra i suoi titoli Noi la farem vendetta, Pancetta e Gli scarti, tutti pubblicati da Feltrinelli, come pure il suo ultimo lavoro: Mi compro una gilera, dove il protagonista è un neo-quarantenne fra in-certezze, in-quietitudini e non-verità.

Perchè oggi si ha tanto paura delle ideologie? Sono fonte di sicurezza emotiva o di rigidità mentale? Sono stimoli conoscitivi o barriere concettuali?
"C'è un mio amico, che scrive dei libri, ne ha scritto uno: è una breve storia del XX secolo, dove c'è dentro tutto, nazismo, fascismo, comunismo, rivoluzione sessuale, rivolta studentesca, la bambola Barbie, la gomma americana, la psicanalisi, la prima guerra mondiale, la seconda, e queste cose sono spiegate con le parole dei loro tempi: il nazismo con quelle dei nazisti, il fascismo con quelle dei fascisti, il comunismo con quelle dei comunisti, la rivoluzione sessuale con quelle dei rivoluzionari sessuali, eccetera eccetera. A leggere quel libro lì viene una gran tristezza. Un po' si ride, anche,
e anche molto, ma, prevalente, il sentimento che si prova, che io ho provato, è una gran tristezza per la cecità e la vacuità e la stupidità e la caducità delle quali siamo stati vittime e delle quali, mi sembra, nel nuovo secolo, non ci siamo liberati. Il libro si chiama Europeana. Breve storia del XX secolo. L'ha scritto Patrik Ourednik."

Quali sono le Sue ideologie?
"Io sarei anarchico, se fosse per me. Solo che il mio amico (quello di prima) ha scritto un altro libro, 1855 Istante propizio, che mi sembra una dimostrazione lampante di una cosa che coonfesso d'aver pensato anch'io: l'anarchia è impossibile. La mia ideologia, se così si può dire, è cercare di fare il mio nel migliore dei modi possibili. E tenere presente, quando ci riesco, che la vita politica comincia nella cucina di casa mia. E che le conversazioni con mia mamma, e con mia figlia, e con i miei amici, sono molto più importanti delle cose che si dicono per esempio quando si ha in mano un microfono, o quando si rilascia un'intervista."

Cosa significa scrivere un libro?

"Una volta hanno detto che un romanzo dev'essere una cosa inaudita. E' stato Balzac, credo, a dirlo. Mi sembra che scrivere un romanzo significhi provare a fare una cosa inaudita."

Che cosa prova quando si rilegge - sempre che si rilegga?
"Se mi rileggo da solo, prima della pubblicazione, cerco gli errori. I refusi, i salti di tono. Ce ne son sempre un sacco. Se mi rileggo dopo la pubblicazione, in pubblico, a voce alta, mi succede - anche spesso - cerco di leggere bene."

Per Lei scrivere un libro è sinoninmo di potere - controllo delle menti o "semplice" espressione artistica?
"In un certo senso, scrivere un romanzo è la manifestazione di un potere, se prendiamo la parola potere nel senso che mi sembra abbia: io credo che il potere sia quello che uno è capace di fare. Se uno è capace di scrivere dei romanzi, e tutti gli alfabeti che lo volessero fare ne sarebbero capaci, scrivendo un romanzo eserciterebbero un potere. E' anche un'espressione artistica, del resto: semplice o complicata dipende dai casi."

Si piace come autore?
"Sa che nessuno mi aveva mai chiesto una cosa del genere? Non ci ho mai pensato."

Cosa pensa del proliferare di blog e di spazi di scrittura creativa - o meno- sulla Rete?
"Non è che ne pensi qualcosa di preciso. Mi sembrano uno strumento che ne sostituisce altri che stanno passando di moda, come le riviste. Devo dire che, con dei miei amici, in questi ultimi tre anni, ci siamo messi a fare una rivista. E' anche vero che questa rivista ha, da qualche mese, un suo spazio in Rete."

Come si rapporta alla Rete?
"E' uno strumento utile. Ci rende più soggetti a possibili controlli."

Qual è il vero senso - sempre che ce ne sia uno - del suo ultimo lavoro?
"Non saprei."