Intervista a Paolo Fresu

Il luogo dove la musica è umanità

Aspettando il momento in cui il quintetto di Paolo Fresu salirà sul palco del Blue Note per presentare in anteprima il nuovo album "P.A.R.T.E." e mentre gli altri musicisti s'accingono a cenare, Paolo si concede a noi per una piacevole chiacchierata, che ci farà scoprire la sua umanità e la sua voglia di condividere la musica col mondo.

Paolo, raccontaci del tuo percorso di musicista.
"Sono cresciuto a Berchidda, un paese sardo di 3000 abitanti. Lì si svolgono ancora le processioni e vi è un'antica banda, in cui ho iniziato da piccolo a suonare l'armonica a bocca e la chitarra. La mia non è una famiglia di musicisti, i miei sono gente di campagna ed io sono cresciuto in mezzo ai greggi di pecore, lontano dai videogiochi. Però mio fratello suonava la tromba e un giorno la provai. Suonavo quello che mi capitava."

Hai mai suonato per il gregge?
"Non ricordo, ma probabilmente sì."

Ti ricordi della tua prima volta...la prima volta che hai sentito il Jazz e la prima volta che l'hai suonato?
"Sì, è stato alla radio. Un trombettista suonava ad una velocità spaventosa e lì ci fu il colpo di fulmine. Forse era un boopers degli anni '40, ma non ho mai scoperto chi fosse. Invece ricordo che il primo pezzo da me suonato era un brano di Miles Davis, in una cantina di amici jazzisti."

In che modo la tua terra ha influito sulla musica?
"Sicuramente il mio background è strettamente legato alla Sardegna, parlo correttamente il sardo e tengo alle tradizioni. Sono andato via di là a fine anni '80, per suonare. Ora ho due progetti legati alla mia isola: "Sonos'e memoria", che significa suoni della memoria, le cui musiche si trovano nel film "Passaggio di tempo" di Gianfranco Cabiddu e Ethno Grafie, quasi una sorta di continuazione del primo progetto, commissionato per festeggiare i trent'anni di storia dell'Istituto Regionale Etnografico della Sardegna. Molti dicono che nei miei brani si sente la Sardegna...ma sono problemi loro (Sorride - ndr). Non nascondo le mie origini, ma non sono un autonomista, credo che la tradizione sia una cosa preziosa da condividere col resto del mondo."

Parlaci ora del progetto del quintetto, di cui presenterete tra poco il secondo album "P.A.R.T.E.".
"Conobbi Roberto Cipelli a Siena Jazz e il progetto ebbe inizio nel 1984 inisieme a Ettore Fioravanti, Attilio Zanchi e Tino Tracanna. Abbiamo fatto molte tournee e oltre 10 album, pubblicati anche per la BMG francese. Vogliamo ora festeggiare gli oltre vent'anni di vita con un progetto ambizioso, che prevede che ognuno di noi scriva le musiche per un disco. Una cosa del genere non è mai stata fatta nella scena jazz. Si vuole dimostrare che, seppur ci siano notevoli differenze nei nostri stili, a tenerci legati per tanto tempo c'è una forte personalità del quintetto. A inizio 2005 è uscito il primo Cd "Kosmopolites", di Roberto, ora ecco quello di Attilio, "P.A.R.T.E.". In ogni lavoro, inoltre, ciascuno porterà un brano non suo, ma tratto da un repertorio qualsiasi a cui sia particolarmente legato. Non posso dire nulla sulla mia scelta, se non che sarà spiazzante."

Prima parlavi del seminario di Siena. A proposito della didattica, cos'è la cosa più importante da comunicare agli allievi?
"Il Jazz non si può insegnare. O ci si arriva oppure no. Si può insegnare la filosofia di fondo come una sorta di deontologia. Alla base dell'insegnamento e dell'apprendimento c'è la voglia di stare insieme per non fare della musica un uso isolato, bensì per condividere delle esperienze. Le lezioni sono come una palestra di lavoro, l'insegnante deve essere capace di trasmettere l'aspetto creativo. Non c'è però un modo per insegnare la musica, bisogna respirarla."

Cosa ti gratifica di più nell'insegnamento?
"L'umanità. Il vedere gli allievi, prima titubanti, felici dei risultati ottenuti. Anche se magari non sono risultati musicali effettivi, si notano cambiamenti di comportamento, passando del tempo insieme. Dai rapporti che si hanno nel quotidiano si impara molto. I seminari, poi, sono come un viaggio. E' una cosa che va al di là delle note, è un luogo di umanità dove si scopre la chiave per leggere in modo diverso la musica, è un microcosmo enorme dove avviene una crescita importante."

Quando suoni, qual è l'emozione più bella che provi?
"Sai, non sempre ci si emoziona e mai alla stessa maniera. C'è il compiacimento del condividere la cosa che stai facendo con i tuoi colleghi e col pubblico, c'è l'avere trovato una particolarità d'esecuzione. E' l'emozione che hai dentro in quel momento a dare un senso a tutto, che sia forza, gioia o tristezza. Spesso arrivano emozioni non cercate, facendoti creare nuance bizzarre."

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