Intervista a Panos Tsgaris

Dialogo con il giovane perfomer greco e il suo rituale contemporaneo

Panos Tsgaris profuma di unguenti, ha gli occhi fragili e cerca uno spicchio di sole in una Milano orgogliosa dell'autunno alle porte. Ad AssabOne è andata in scena la sua nuova performance, The inability to interpret sensations in this excess of light, dove, seguendo un rituale minuzioso e calmo, recita la propria preghiera.

Nella tua performance metti in scena un rituale molto intimo, come ti senti sapendo che c'è un pubblico che ti osserva?
"Non guardo chi c'è intorno a me, mi concentro arrivando ad isolarmi, riempiendo la mia testa di elementi del mio passato, canzoni, immagini, e poi l'esecuzione del cerimoniale è la parte conclusiva di un processo molto intimo che ho svolto privatamente, cioè la scrittura delle preghiere. Pregare è un rituale che si compie fra la gente, basti pensare alla chiesa."

La mitologia greca dei tuoi avi, quanto incide sulla  ricerca del rituale nelle tue performance?
"Ho studiato a Vancouver e lì ho appreso la mitologia greca come qualcosa reso tale da studiosi, non dalla tradizione reale, ma nella mia ritualità ricorrono elementi della mia storia, come gli elementi che uso e che provengono dalla Grecia. Il rito è il fulcro di tutto, più che al mito si collega alla magia, come il cerchio che ha del rituale divino, il vestirmi di bianco indossando il cappuccio che è così elemento monacale. La mitologia contemporanea è Star Wars, io ho scelto vestiti urbani bianchi per isolarmi dal mondo, e manifestare il mio rito."

Come scegli i materiali, e quanto incide questo sulla minor spontaneità del rito?
"Tutti gli elementi scelti sono frutto di una lunga ricerca, dalla polvere bianca che spargo sul cerchio, che proviene da un monte greco che il mito tramanda essere magico, dove le sue pietre vennero usate per il Pantheon e utilizzate anche in Italia per costruire statue, gli olii che uso sono prodotti dalla fattoria dei miei genitori, questo mi permette di accludere la mia famiglia nel mio rituale, potendo così rileggere tutto il mio passato nel rito."

In una tua passata performance For Sadia del 1996, chiedi perdono, anche nell'atto di pregare c'è la richiesta di perdono, perché?
"In quella performance c'era un perdono all'umanità molto tragico riguardante le bambine soldatesse del Darfur, c'era una bambina a dire "vi perdono" pur non avendo nulla da farsi perdonare. E' paradossale perchè noi adulti non sappiamo usare questo modo di dare."

Tornando alla tua performance, il cerchio ti protegge dal mondo, ti isola?
"Nel mio spazio sono protetto, nessuno mi tocca, ma nella vita siamo parte degli altri, il mio pregare è solitario, ma dall'energia che ne traggo sono pronto a ringraziare il mondo intorno a me, in questo caso gli spettatori, offrendo loro le rose che, bagnate dagli olii trasmettono la mia energia e spiegano che no, non sono solo."

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