Intervista a Nicola Zucchi

Il Teatro può essere indagine o inchiesta? Ne parliamo con un giovane regista, il cui percorso drammaturgico porta a non poche riflessioni

Nicola Zucchi, bergamasco di nascita, è una delle nuove leve in ambito di drammaturgia e regia. Diplomatosi al corso di regia presso la Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, sta portando in giro l'allestimento Mani sulla città. Ha firmato la regia del documentario Il venditore di acqua, inserito nell'opera collettiva Checosamanca, prodotta da Eskimosa e Rai Cinema, che è stata presentata alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Zucchi, il teatro può ancora essere denuncia?
"Non si dà teatro senza una riflessione, anche indiretta, sul mondo in cui viviamo e un'ipotesi su come e dove cercare di migliorarlo. La denuncia è un mezzo estremo. Sì, il teatro può ancora essere denuncia: lo è sempre stato e può esserlo oggi. E' importante rivendicare il diritto a scandalizzarsi e a puntare il dito. A teatro come al cinema o in televisione, è una questione di coraggio, non di linguaggio, né di numero di spettatori".

E se il teatro si incontrasse a metà strada con Internet, questo processo non sarebbe facilitato?
"Probabilmente sì. Bisogna capire però cosa si perde e cosa si acquisisce in
un'operazione del genere. Certo il numero di spettatori potrebbe moltiplicarsi a dismisura. Ma si perderebbe la presenza fisica dell'attore: "online" non è sinonimo di "dal vivo". E dal punto di vista emozionale è una grave perdita. Credo che si potrebbe tenere conto, in fase di progettazione, di eventuali sbocchi internautici, ma il cuore credoesterà nel contatto fisico".

Lei è bergamasco di nascita, milanese di formazione e torinese di adozione. Quale filo lega queste tre città dal punto di vista teatrale?
"Sono realtà molto diverse tra loro, soprattutto per il tipo di attenzione che ognuna di queste città rivolge al teatro. Bergamo è una città di provincia che ha una buona stagione lirica e di prosa, ma manca quasi del tutto una cultura teatrale "agita". A Bergamo il teatro lo si vede tanto, lo si fa poco. Anche se ultimamente qualcosa si muove. Milano è multipla, anche se in una fase delicata. C'è molta offerta teatrale ma a mio avviso poco fermento, poca freschezza di idee. E si è perso quel fantastico lavoro che avevano fatto da Paolo Grassi e Giorgio Strehler per rendere il teatro un'arte democratica, popolare, e non elitaria. A Torino ho lavorato con Gabriele Vacis, che è stato il mio maestro. Lì hai la sensazione che tutto ruoti attorno al Teatro Stabile. E che ci sia un'attenzione maggiore da parte del pubblico per il teatro non istituzionale, underground."

Ci parla di questo progetto itinerante Mani sulla città?
"Le mani sopra le città è un monologo sulla speculazione edilizia. Si ispira ai
grandi monologhi delle tragedie classiche, penso a Ecuba nelle Troiane ad esempio. E' questo il nodo tematico: fino a qual punto siamo disposti a rinunciare all'interesse individuale in nome degli interessi condivisi?"

Cosa può fare fattivamente il teatro per far aprire un'inchiesta su questo abusivismo edilizio?
"Niente. Il teatro non è un tribunale. Però c'è una cosa molto utile che può fare (così come potrebbe farlo qualsiasi altro media), ed è abbassare la soglia di tolleranza nei confronti di certe situazioni, e alzare la soglia di attenzione. Il controllo dal basso è spesso inefficace e poco gratificante, ma non ci si può esimere del farlo".

Lei ha anche esperienze cinematografiche alle spalle. Cosa si potrebbe fare per portare i giovani dei multiplex nelle sale dove si allestisce teatro di qualità?
"Io credo che ci sia un problema a monte che è prettamente artistico: il teatro spesso non parla più agli esseri umani di questo tempo. E' rimasto indietro come linguaggio, arroccato in intelletualismi o avanguardismi vecchi di trent'anni. Ma uno spettacolo ben fatto dovrebbe essere coinvolgente indipendentemente
dalla cultura e dall'estrazione sociale. In generale deve riacquisire l'immediatezza che altri media hanno. Occorre osare, essere disposti a cercare un nuovo tipo di qualità. Il secondo problema, direttamente dipendente dal primo, è di promozione e comunicazione. Occorre lavorare molto bene affinché il teatro sia percepito come un luogo della  contemporaneità, calato nel presente, divertente, energico, solare."

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