Intervista a New Trolls

Nico di Palo, storica voce e chitarra della band genovese, attraversa con noi un pezzo di storia di musica italiana

Quando negli anni settanta si parlava di progressive italiano non si poteva che ascoltare i New Trolls. Il gruppo genovese capeggiato da Nico di Palo, che ho incontrato al termine di un concerto al Mondobeat Ristosound di Buccinasco (MI), ci ha regalato pietre miliari come "Concerto grosso" e canzoni indimenticabili come "Quella carezza della sera".

Quale è il segreto per rimanere vivi artisticamente?
"Di segreti non ce ne sono. Il segreto è forse nel modo di comportarsi, nella scelte personali di vita, che si rivelano istintive quando non ci sono secondi fini o a farla franca è la convenienza. Questo spiega perché siamo stati primi in classica. I New Trolls in molte circostanze hanno rifiutato i compromessi. Sono sempre voluti essere leali con chi li ascoltava. E' una questione di scelta".

C'è stato un episodio che vi ha incoraggiati ad andare avanti?
"Eravamo al Cantagiro. Mi sento battere la spalla. E mi chiedevo chi avesse osato interromperci. Avevo il magone. Erano Jimmy Page e Robert Place. Allora si faceva musica davvero, le esecuzioni dal vivo erano esecuzioni dal vivo non come oggi dove tutto è computerizzato, tutto è piatto".

Quando vi siete resi conto che stavate lasciando una traccia profonda nel linguaggio musicale italiano?
"Non c'è una motivazione logica. Ho iniziato a suonare la batteria a 4 anni, e per dieci anni mi sono dedicato anima e corpo al pianoforte. Poi nella mia vita sono arrivati i Beatles e i Rolling Stones. Ma il mio punto di riferimento resta Jeff Beck. I New Trolls erano avanti di venti anni, guardavano con una prospettiva avanguardista. In Italia a quei tempi si cantava l'amore con mazzi di rose rosse. Noi abbiamo dato anche alla ballata soluzioni diverse".

Siamo nel 1968. Mi viene in mente la vostra opera prima "Senza orario senza bandiere" che si lega al nome di Fabrizio De André.  
"Il nostro primo album è stato scritto da De André. E' stato un grande incontro, è stato stimolante. Fabrizio era uno che in due parole riusciva a sintetizzare concetti a limite della filosofia. Sono canzoni che ancora oggi mi fanno venire i brividi".

Nel 1996 avete presentato al Festival di Sanremo "Letti", pezzo provocatorio interpretato con Umberto Bindi. Perché questo cantautore genovese non ha avuto il meritato riconoscimento?
"Bindi ci ha lasciato un patrimonio di canzoni indimenticabili. Ha esagerato quando non si poteva esagerare, quando il mondo discografico e televisivo non te lo consentiva. Diciamolo pure senza peli sulla lingua che la sua omosessualità lo ha emarginato. Personaggi come Freddy Mercury sono riusciti a fare il loro mestiere senza che la vita privata intaccasse nulla. Perché per Bindi non è accaduto lo stesso? E' questa la domanda senza risposta che ci portiamo sulla coscienza".

Internet vi spaventa?
"Non abbiamo ottimi rapporti. Lavoriamo molto con il pc per agevolare il nostro lavoro ma preferiamo il flusso tradizionale per la fruizione della musica. Abbiamo perso il contatto diretto con il supporto musicale, con la fisicità di quello che una volta era il disco. E questo ci manca."