Intervista a Mitch Sebastian

Il regista e coreografo ci racconta il suo ultimo lavoro: "The Opera Show"

"Il mio intento è di avvicinare i giovani e di ricordare al pubblico il piacere della musica". Selezionare una ventina tra le più famose arie d'opera e farle convivere è un'impresa piuttosto ardua, ma da quanto ha dichiarato Mitch Sebastian, regista e coreografo, The Opera Show ha le carte in regola per superare qualsiasi perplessità. Abbiamo chiaccherato con lui a proposito del suo progetto e del suo lavoro.

Com'è nata l'idea di The Opera Show?
"L'idea è nata mentre stavo lavorando ad alcuni musical in Gran Bretagna. Lo spettacolo è un invito nel mondo dell'opera, io amo molto la musica lirica ma sono stato ballerino e produco anche video musicali pop, questo è il modo per unire le mie due anime".

Scegliere i brani da inserire dev'essere stato difficile...
"Abbastanza. Ho deciso di sviluppare tre idee per presentare il concerto che sono poi diventati i tre atti. La prima era esplorare il Rinascimento, un periodo molto teatrale e visivo. All'interno ho inserito le opere più antiche in cui la voce è nuda e accompagnata solo dal quartetto d'archi. Il secondo atto è dedicato al periodo romantico, con le arie più popolari ascoltate alla radio. L'ideazione del terzo atto era legata al luogo della prima rappresentazione, il Kilworth House Theatre, un teatro all'aperto. Per questo ho scelto dei temi notturni. Tutto ciò che riguardasse la notte, l'oscurità, il pericolo e il fascino di essere immersi nel buio. La vera star rimane comunque l'opera".

Come descriverebbe The Opera Show ad un futuro spettatore?
"Una serata emozionante in cui potersi innamorare della musica. The Opera Show vuole spingere verso uno scambio tra artista e pubblico, è quello che gli autori avevano previsto per la loro musica, col tempo c'è stato un irrigidimento delle formule: bisogna abbattere questo muro. Nel primo atto prevale il barocco, un circo fantastico in cui tutto è portato all'estremo. Nel secondo atto ambientato negli anni '40 in Spagna la musica risolleva l'anima, è la speranza. Mentre nel terzo atto immaginiamo come potrebbero rappresentare l'opera le generazioni future".

In che modo è riuscito a far coesistere la classicità con un immaginario più contemporaneo e pop?
"Il classico e il contemporaneo collidono: rimangono le forme ma i tessuti e le stampe sono pop, richiamano le icone popolari. Tutto, i costumi, le scenografie e le coreografie è ispirato dalla musica. È la mia prospettiva e la mia interpretazione di come fosse il diciasettesimo secolo a Venezia.È una fantasia e al tempo stesso una parodia di questi enormi e opulenti abiti".

Ha avuto diverse esperienze lavorative in Medio Oriente, cose le è rimasto?
"Due delle esperienza più belle le ho vissute in Libano, al Baalbeck festival, e in Israele. Al Baalbeek ho portato Chicago, è stato il primo musical occidentale a essere rappresentato in Libano. Tre repliche nel mezzo del deserto in questa antica rovina romana dove si tiene ogni anno il festival. In Israele ho lavorato diverse volte, recentemente ho collaborato al concerto per il ventennale della carriera di Rita, una delle più famose cantanti mediorientali, una sorta di Barbra Streisand iraniana. Ho lavorato con 50 ballerini e 30 acrobati, tutti israeliani. I ballerini hanno dimostrato una grande dedizione e passione per la danza contemporanea, mi hanno influenzato molto in quel progetto. Penso di portare ancora un pezzo di Israele con me".

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