Intervista a Ministri

Milano e la musica: Federico Dragogna ci racconta cosa succede in città

Si chiamano Ministri e sono in giro da un po' di anni. Tre compagni di liceo, il Berchet per la precisione, che come nella miglior tradizione mette su una band. Poi ci prendono gusto e pubblicano I soldi sono finiti, seguono interminabili concerti, un ep, La piazza, e un album, Tempi bui, su Universal. Altri concerti e la ristampa del primo album con una piccola variante: al posto della moneta da un euro in copertina su mille copie c'è un pezzetto di giacca "ministrica". Abbiamo chiaccherato con Federico Dragogna, chitarrista e autore dei testi.

Siete nati e cresciuti a Milano, quanto conta la città per voi?
"Siamo nati sul territorio: partecipiamo al May Day, concerto praticamente illegale del Primo Maggio, e a quelli contro lo sgombero di centri sociali come Stecca e Conchetta. Creare un legame forte sul territorio è fondamentale. Due anni fa si pensava che Myspace avrebbe cambiato tutto, anche se ci ha dato visibilità. Finché riusciamo vogliamo mantenere una gestione familiare".

Classica domanda... Com'è il vostro pubblico? È cambiato dagli inizi?
"La gente che ci ascolta riflette tantissimo, ci scrive molto. Abbiamo un vissuto di sinistra per varie derivazioni, ma non abbiamo mai messo la nostra musica da una parte politica".

Qual è lo stato di salute della musica?
"A Milano si prova sempre meno, c'è un forte sfasamento tra provincia e città: prendi ad esempio i Verdena. Mancano gli spazi però è un ottimo posto da dove partire. Abbiamo perso la cultura del fare, mentre la bergamasca e la Brianza sono zone franche, ma aggiornatissime, pronte a promuovere eventi di una certa importanza".

Molti e da diverse parti, culturali e politiche, si lamentano della situazione in cui è finita Milano. Cosa ne pensi a riguardo?
"In giro prevale la demagogia spicciola, prendi la campagna anti-alcol. Prima o poi capiremo che vivere con tè verde e ginseng non è possibile. Bere è una cosa bella anche se pericolosa, ma i rischi non possono impedirti di vivere. Vivere non è conservarsi. Sono ottimista, nonostante i testi che scrivo".

Ci sono dei locali che vale la pena di frequentare?
"Esco di rado. Ti direi il Magnolia, ma non vale perché in pratica è il nostro quartier generale. Sono un fan del Biko e poi Frizzi e lazzi in via Torricelli,una vecchia casa popolare. Lì d'estate sembra di stare a Santa Fè, e nessuno dei vicini si lamenta...".

La situazione fuori dall'Italia è davvero così perfetta?
"La Gran bretagna è un caso anomalo. Se anche noi avessimo avuto i Beatles, mia nonna apprezzerebbe di più i Ministri. In Francia c'è un nazionalismo forte, ma funziona perchè c'è professionalità e concerto deve essetre coinvolgente, non importa se sia una festa di paese. Qui si cerca di far soldi, punto e basta".

Un aneddoto dal tuo passato studentesco?
"L'inno del Berchet l'ho scritto io. Dopo la morte di Manfredo Swift, preside del liceo fino al 2000, la vedova indice un concorso per tutti gli allievi ed ex allievi per comporre un inno. All'inizio mi prendevano in giro perché ci ho provato, poi ho vinto: 1 milione e mezzo di vecchie lire a 17 anni sono una bella cifra".

La prima cosa che ti viene in mente di Milano?
"I cinesi. Li amo, mi hanno salvato la vita. Mi danno il cibo a qualsiasi ora, lavano e rammendano le giacche ministriche quando una qualsiasi lavanderia italiana le rifiutava".

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