Intervista a Marco Philopat

Punk, scrittore e agitatore culturale: un pezzo della Milano underground si racconta

Ci tiene a sottolineare che "adesso in me prevale l'agitatore culturale". Si conclude con questa affermazione forte e propositiva la mia telefonata con Marco Philopat. Uno dei primi punk milanesi, uno dei fondatori del Virus (modello di moderno centro sociale), e in tempi più recenti scrittore ed editore con Agenzia X. Nei suoi libri, Costretti a sanguinare (Einaudi), La banda Bellini (Einaudi) e I viaggi di Mel (Shake Edizioni), ha raccontato con gli occhi dei personaggi che l'hanno vissuta e creata la Milano degli anni '60 fino al 1987 (anno in cui termina l'esperienza del Virus).

Cos'è cambiato nella nightlife da quando iniziasti col Virus (1982) a oggi?
"Ai tempi del Virus c'era ben poco. La nightlife, come la chiami tu, non esisteva. L'Europa non era ancora arrivata a Milano. Se c'era qualcosa era alla portata di borghesi e affini, noi poveracci dovevamo faticare per trovare un'alternativa alla solita birreria. Questa è stata anche la fortuna del Virus. All'inizio anni '80 cominciano ad aprire locali per concerti, verso la metà degli anni '80 c'è stata l'esplosione e la conseguente inflazione e abbassamento della qualità della proposta culturale. Negli anni '90 l'unica proposta valida è nei centri sociali che oggi è in crisi per diversi fattori. I fatti del G8 di Genova, la caduta delle Torri Gemelle e Bush hanno generato una forte stretta e l'autorepressione. Oggi una buona proposta si trova nei circoli Arci come il Magnolia, Scighera, Bitte, e poi resta sempre Cox 18".

Credi che ci sia un reale interesse per la cultura da parte dei giovani?
"Il pubblico c'è: è ricettivo e intelligente. In questa devastazione Milano rimane ancora un mito nell'immaginario provinciale. La gente viene qui ad apprendere ma dal punto di vista umano non ottiene nulla. Le persone si stufano e se ne vanno, i più bravi si trasferiscono a New York o a Berlino, gli altri tornano in provincia. D'altronde con 1000 euro non è mica vita. La Ricchezza della città è laddove le persone si incontrano, ci sono locali che nascono come fiori nella spazzatura. La cultura è un ammortizzatore sociale".

Com'è oggi Milano?
"È una città allo sbando. Il degrado sociale è dovuto all'abuso edilizio. Per salvarla bisognerebbe attuare un cambiamento a 360° delle politiche culturali. All'estero abbiamo perso tutti i primati, persino nella moda. Le proposte culturali dall'alto sono una facciata, abbiamo un assessore culturista che va bene solo per chi ha un 740 superiore ai duecento mila euro. Ma c'è una rinascita di scrittori e musicisti, un piccolo fronte comune di artisti, come Calibro 35, Le luci della centrale elettrica, Ministri, che produce qualcosa di diverso".

Quali sono le città da cui dovremmo prendere esempio?
"Barcellona dal 2002, con il governo Zapatero, ha attuato lavori importanti, ha sviluppato ulteriormente la metropolitana e libreato le strade del centro dal traffico. Negli anni '90 era Berlino l'esempio migliore con Londra, che però negli ultimi anni è cambiata molto".

L'Expo è l'occasione per risollevare la situazione?
"Sono convinto che l'Expo non si farà, oppure se si farà sarà un baraccone che lascerà in eredità qualche dinosauro architettonico. Ho visto cos'ha lasciato a Siviglia. L'area che era destinata all'Expo del 1992 ora è deserta, c'è solo un teatro legato alla Fura dels Baus. In città il quartiere gitano è il più vivo, ma esisteva già prima dell'Expo".

Hai raccontato con i tuoi libri il passato della città ma non hai ancora toccato gli ultimi anni, come mai?
"Il presente si sta corrodendo, avevo un progetto sul Conchetta che ho interrotto il giorno dello sgombero. Scrivo tutti i giorni ma ora sottolineo la mia figura di agitatore culturale: lavoro sullo scempio di Milano".

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