Intervista a Marco D'Amore

Il giovane attore casertano si racconta in occasione dello spettacolo "L'acquario" al Teatro i

Passione? Tanta. Fatica? Ancora di più. Questo serve per fare l'attore oggi, questo traspare dalla voce e dagli occhi del giovane Marco D'Amore. Alcuni lo hanno conosciuto grazie alla divertente fiction tv Benvenuti a Tavola, altri con il film drammatico Una vita tranquilla, al fianco di Toni Servillo. Ma l'interprete casertano, classe 1981, ha il palcoscenico nel sangue. Per questo gli abbiamo chiesto di parlarci de L'acquario, che lo vede protagonista al Teatro i dal 31 maggio al 2 giugno.

Come è nato lo spettacolo?
"Si tratta del quarto progetto realizzato in collaborazione con Francesco Ghiaccio, che ho conosciuto alla Scuola di Teatro Grassi a Milano. Descrive il mondo come un acquario popolato da pesci diversi tra loro: c'è chi si accontenta di girare intorno a un sassolino per tutto il giorno, chi ha nostalgia del mare aperto, chi vive vicino al tubo di aerazione per provare l'ebbrezza della tempesta... È un vero work in progress, non un monologo. In primis perché non è una pièce statica, ma in continua evoluzione, come i tre personaggi che interpreto. Solo un elemento scenico resta invariabile: una bolla sospesa nel vuoto su cui vengono proiettati dei video".

Hai studiato a Milano ma provieni da una terra con una solida tradizione teatrale. Come combini queste due "scuole"?
"Ho avuto la fortuna di debuttare in Pinocchio, al fianco di Toni Servillo. Devo molto alla tradizione napoletana, che è alla base di tutto il teatro italiano: basti pensare a Eduardo De Filippo, una figura imprescindibile. E sono orgoglioso delle mie radici: alla fine de L'acquario recito in dialetto casertano arcaico e pronuncio le parole più vere e oneste di tutto lo spettacolo. Ma mi piace mescolare: l'esperienza a Milano mi ha dato molto in questo senso e spero un giorno di riuscire a diventare un attore europeo".

Proprio al fianco di Toni Servillo hai fatto il tuo ingresso al cinema, con Una vita tranquilla di Claudio Cupellini.
"Toni mi ha fatto entrare dalla porta principale: recitare al suo fianco in un film del genere è stato un privilegio unico. In seguito ho ricevuto diverse proposte, come quella per un piccolo ruolo nel nuovo film di Susanne Bier, All you Need is Love. Ma ad alcune ho detto no: mi piace selezionare, non sono il tipo che insegue la notorietà a tutti i costi".

E ora anche la televisione, con Benvenuti a tavola.
"Devo confessare che ho sempre nutrito un certo pregiudizio nei confronti del piccolo schermo, ma quando mi hanno proposto di recitare con attori del calibro di Fabrizio Bentivoglio e Giorgio Tirabassi non ho potuto rifiutare. E poi Cecio è un vero Arlecchino, mi dà la possibilità di cimentarmi anche con un registro comico".

Torniamo al tuo primo amore, quello per il palcoscenico. Nel 2005 tu e Ghiaccio avete fondato la compagnia La piccola società. Cosa significa fare teatro oggi in Italia?
"Il periodo è decisamente buio. Non starò a raccontare i sacrifici che dobbiamo fare per portare L'acquario in tournée. Non ci sono finanziamenti, lavoriamo grazie al supporto di un team fedele e appassionato. Per ora continuiamo così, ma andrà a finire che saremo costretti a dedicarci, a malincuore, ad altro".

Hai dei luoghi della memoria legati al tuo periodo a Milano?

"Tantissimi: le zone vicine alla Paolo Grassi, come Porta Ticinese e Porta Romana, la mitica via Rovello, storica sede del Piccolo, ma anche Famagosta e Moscova. Avevo vent'anni: è stato un momento fondamentale per la mia formazione, non solo professionale. Lo dico sempre: se sto troppo lontano dalla vostra città, soffro il mal di Milano".

Possiamo solo augurarci che D'Amore e la sua compagnia riescano a tornare più spesso.