Intervista a Luigi Colani

Il visionario e instancabile designer è a Milano. Obiettivo? Rilanciare la creatività Made in Italy

Sguardo intenso, baffi folti e abiti bianchi. Luigi Colani, classe 1928, ha l'aspetto di un saggio, e in un certo senso lo è davvero. Considerato il guru del Biodesign, ha lavorato in molti Paesi, tra cui la California, la Svizzera e il Giappone, e collezionato innumerevoli riconoscimenti, soprattutto in campo automobilistico. A Milano, l'instancabile Colani ha da poco aperto un centro di ricerca per sviluppare progetti innovativi e creare un network tra università, aziende e giovani creativi. E fino a gennaio, la Triennale Bovisa lo omaggia con una mostra che raccoglie circa un migliaio di sue opere.

Professor Colani, cos'è il Biodesign?
È l'interpretazione umana delle forme che la natura ha sviluppato in milioni di anni. Come biodesigner prendo il 90% dal mondo naturale e lo traduco in opere con le mie mani, senza l'uso del computer. Al centro pongo sempre la Natura e l'Uomo, non le macchine, nè la tecnica".

Perché ha deciso di tornare in Italia?
"Quando ho sentito parlare della crisi europea, ho pensato di trasferirmi di nuovo qui. Avevo tre opzioni: la Svizzera, il Paese natale della mia famiglia; la Germania, dove ho già vissuto per un lungo periodo della mia vita; e infine l'Italia, che è stata la mia scelta per diverse ragioni".

Può spiegarcele?
"Il design italiano ha sempre primeggiato nel mondo, ma ora ha bisogno di aiuto. Voglio lavorare con i creativi, le università, gli studenti, l'industria e la politica, per far tornare il Paese ai livelli che merita. Il futuro è l'Expo 2015, evento cui cercherò di invitare tutti i migliori designer del mondo. Voglio far tornare a splendere l'Italia antica".

Cosa consiglierebbe a uno studente di design?
"Resta in Italia e aiuta. Possiamo facilmente battere la Francia e anche la Germania, perché l'Arte e il Design italiani sono unici".

Qual è il progetto di cui è più orgoglioso?
"Sempre l'ultimo".

Colani è uno dei pochi giganti dalle cui spalle possiamo intravedere il futuro. La sua grinta e il suo ottimismo dovrebbero contagiare come una malattia pericolosa tutti i giovani, designer e non.

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