Intervista a Lost in Fashion

Già penna di "Vanity Fair", Silvia Paoli manda in libreria la vita (un po' croce, un po' delizia) di una giornalista di moda

Silvia Paoli è una firma del giornalismo di moda, per l'editoria "tradizionale" ha scritto per Marie Claire e Vanity Fair, mentre il web la conosce soprattutto per il suo blog, battezzato Lost in Fashion come il titolo del suo primo romanzo (Baldini Castoldi Dalai, Euro 18,50). Dal sapore autobiografico, il libro racconta le sventure di una giornalista in bilico tra vita di redazione e un'esistenza decisamente più rilassata. Fortuna che interviene Karl Lagerfeld a darle il giusto consiglio nei momenti di crisi! 

Chi fa moda e chi ne scrive è spesso considerato superficiale. Tu come rispondi a questo stereotipo?
"Dico che nel mondo della moda di personaggi ce ne sono parecchi. Ma bisogna saper distinguere il personaggio dalla persona: conoscere individualmente il singolo soggetto fa la differenza e sfata il pregiudizio. E poi, ci sono fashion victim cresciute e vissute solo nel mondo della moda e quelle che invece hanno più cultura ed essere fashion editor non significa essere fashion victim. Non credo che si possa fare giornalismo di moda "militante", ma chi scrive di moda può farlo dicendo cose intelligenti".

Pregiudizio numero 2: chi lavora nel fashion system è snob.
"Lo snobismo nel nostro caso è anche un comportamento indotto dallo stile di vita tipico del nostro ambiente. Sentirsi parte di qualcosa di esclusivo contribuisce a creare ego giganteschi. Io cerco di tenere i piedi per terra, nonostante il mio tacco 12 d'ordinanaza, che a volte tocca quota 14 cm".

Irene, l'eroina del romanzo, spicca dal contesto in cui si muove grazie all'ironia che la contraddistingue e che emerge anche dai tuoi scritti.
"È così: l'ironia, il sarcasmo, sono armi preziose per chi arriva dalla provincia come me e si sente sparato in un'altra dimensione. Il mondo della moda è spesso omologato, io cerco di guuardarlo da una prospettiva mia".

Le donne di Milano hanno un loro stile riconoscibile?
"Sono molto precise, molto ben vestite, con una tendenza low profile, non vistosamente fashion. Rischiano però di essere un po' noiosette: la bella cintura, la bella borsa... tutto al posto giusto. Le inglesi hanno uno stile più divertente, osano di più, vai ad una festa a Londra e incontri persone con dei look assurdi, ma riescono ad essere cool anche così".

Qual è il motivo di tanta differenza secondo te?
"La cultura inglese, più di quella americana, è molto individualista. Noi italiani abbiamo una dimensione culturale comunitaria, che si sviluppa già nelle relazioni familiari. Il mondo inglese non ha un codice di comunicazione preciso, ognuno cerca la sua strada e si sviluppa in ciascuno una grande capacità di innovazione, di rompere gli schemi".

Un tempo Milano era la capitale della Moda, oggi è quella del Design. Perché la fashion week non riesce a dare nuovi impulsi alla città?
"La settimana del design viene percepita come un evento più democratico di quanto non sia invece quella della moda. Hanno una visibilità completamente diversa: la fashion week è esclusiva e viene vissuta solo dagli addetti ai lavori, la città la vive solo come un ingombro, per via del traffico ingestibile che crea. Le energie di chi organizza questi eventi però è la stessa, cambia il sentimento".

In Lost in Fashion, il punto di ritrovo di Irene e le sue amiche è il Tango. Quali altri sono gli altri luoghi di Milano dove ami stare?
"Mi piace molto passeggiare in zona Isola. Somiglia a certi quartieri romani, dove ti basta andare oltre un ponte per vivere in un'altra dimensione. Quella dell'Isola è una realtà per certi versi simile ai piccoli paesi: resistono le trattorie e i circolini, e poi non manca il locale di tendenza dietro l'angolo".

Da caporedattore di Vanity Fair a giornalista freelance: perchè questo cambiamento?
"Nella vita è giusto evolversi, provare altre strade. Ora vorrei seguire il mio blog, sarebbe meglio definirlo mega-blog, è piuttosto articolato. Lavorare nel web significa sviluppare una forma mentis completamente diversa da quella della carta stampata, questa sfida è stata un forte stimolo".