Intervista a Ligabue

Il rocker è indignato e ci racconta il suo Mondovisione. "L'Italia non è un Paese rock" e poi "I rapper? Sono i nuovi cantautori"

Lontani i tempi in cui Luciano Ligabue ballava sul mondo. Adesso il mondo lo vede accartocciato, come nella copertina di Mondovisione, il nuovo album di inediti del rocker in uscita il 26 novembre, presentato a Milano in anteprima e che suonerà live a maggio a San Siro.

Con i capelli corti e brizzolati, tutto vestito di nero, prima di raccontare la sua indignazione rock rivolge "Un pensiero e un abbraccio alla Sardegna per il difficile momento che sta vivendo", riferendosi alla cronaca di questi giorni.

Poi il Liga spiega perché tanta rabbia in questo disco, schietto come sempre, ma con sfumature elettroniche, sonorità Sixties e qualche sapore Morriconiano sparso qua e là.

Mondovisione, Luciano Ligabue (© Jarno - Iotti)

Mondovisione, Luciano Ligabue (© Jarno - Iotti)
Mi pare di capire che Non è tempo per noi, come cantavi tu. Per noi che amiamo il rock puro, quello che a sentirti, però, sembra non esistere più.
"L'Italia non è un Paese rock. È piena di appassionati ma non si respira del rock puro come in America. La produzione dei dischi, oggi, da noi, è piena di tecnologia e bisogna assolutamente strafare. Con Mondovisione invece volevo andare controcorrente, con un suono curato, per fermarsi e riflettere. Oggi la vita è seppellita da quintali di chiacchiericcio e va troppo veloce. Ci emozioniamo di una cosa per cinque minuti, poi passiamo subito ad altro".

Se non siamo un Paese rock allora non esistono nemmeno più i cantautori? Tutta colpa del rap, l'onda musicale del momento?
"Non seguo molto il genere ma di sicuro i rapper di oggi sono gli eredi dei cantautori, verso cui si sta più attenti alle parole e meno alla musica. Con i rapper non c'è la melodia e la parola allora deve avere ancora più senso di prima. Mi colpisce il modo con cui molti di loro raccontano il nostro Paese".

A proposito di questo, in Mondovisione sembri molto indignato. Il sale della terra, primo singolo, oggi nelle radio, è uno sfogo contro l'esercizio del potere.
"Il sale della terra è un'indignazione dolorosa. Molte volte, nella mia carriera, sono stato accusato di essere uno che produce troppa speranza nei testi. Cerco di essere lontano dai fatti di cronaca, sociale o politica, perché la cronaca invecchia le canzoni. Questa volta però non ce l'ho proprio fatta".

Forse meglio berci sopra? Non sono impazzito, mi sto solo chiedendo se in mezzo a tutta questa indignazione trovi ancora tempo per produrre il tuo vino...
"Sì, eccome! Continuo una tradizione cominciata da mio nonno, ma è prodotto solo per pochi amici".

O
ltre al vino, quando non sei in sala d'incisione, cosa fai? Da quello che mi hai detto ti immagino ascoltare il vecchio sano rock di tanto tempo fa.
"Sono pazzo di Spotify, la nuova piattaforma web musicale. Qua riscopro cose che conoscevo a malapena come il rock progressivo degli anni Settanta. Questo in attesa di un nuovo lavoro degli U2, che attendo con ansia".

Non solo Bono Vox e compagni. Liga spende parole di ammirazione anche per l'amico Jovanotti, "Si merita tutto il successo che ha avuto" e racconta aneddoti quasi romantici, come quando è rimasto per una settimana isolato al faro di Capo Spartivento (questo anche il titolo di un pezzo strumentale dell'album, ndr), in un angolo deserto della Sardegna, per preparare Mondovisione.

Sembra quasi di intravvedere un cuore nelle parole del rocker che allora proprio indignato indignato non è. O forse lo è ma solo Certe Notti.