Intervista a La forza degli Afterhours

Giorgio Prette racconta... Come quel vento che ti piglia a schiaffi gli occhi quando esci dalla metropolitana, ti aprono la mente a prospettive impensate

Il ritmo di Milano non è l'unica alternativa di vita possibile e proprio questo vogliono far capire gli Afterhours, Manuel Agnelli, Giorgio Prette, Dario Ciffo, Giorgio Ciccarelli, Enrico Gabrielli e Roberto Dell'Era. In 15 anni di rock viscerale e vero hanno avviato un meccanismo corrosivo di quello strato sociale patinato che circonda soprattutto Milano. Come un virus si sono insinuati nell'etere, pur restando lontani da televisione e radio, scardinando il linguaggio comune e sovvertendo le regole d'interpretazione. Nudi di fronte a se stessi, crudi, spontanei, come quel vento che ti piglia a schiaffi gli occhi quando esci dalla metropolitana, ti aprono la mente a prospettive impensate. Nel libro Ballate di male e miele gli Afterhours si raccontano a Simona Orlando. Abbiamo parlato con il batterista Giorgio Prette, prima del concerto all'Alcatraz e prima che ripartano per il tour europeo.

Giorgio, com'è stato sentirsi scrivere un libro addosso? Leggendolo sembra quasi che le parole siano state prese dalla vostra pelle...
"E' stata come una specie di terapia. Per la prima volta Manuel ed io ci siamo trovati di fronte a qualcun altro a raccontare esperienze del passato di cui non si era più parlato. E' stato facile per l'approccio non biografico. E' un'analisi discografica che ha fatto in modo di poter parlare di tutto ciò che ci circonda. Ma è stato anche molto impegnativo proprio per il fatto di riavere affrontato il passato. Ci è servito per renderci conto di tante cose e di come questo progetto sia duraturo."

In "Ballate di male e miele" tu esprimi il tuo amore e odio nei confronti di Milano...
"Sì, ho vissuto sui Navigli tra i 30 e i 36 anni, per il resto sono stato nell'hinterland. In città vi sono tante oppurtunità, ma si perdono tante altre cose. Milano avrebbe molte possibilità, sia a livello musicale che per il resto, ma non le sviluppa appieno. Basti pensare che non ci sono tanti spazi che danno la possibilità di suonare dal vivo e quelli che esistono sono decentrati in località confinanti, come il Bloom di Mezzago. Un tempo c'era il Tunnel, ora è rimasta La Casa 139. Forse è la mania di categorizzare tutto che pone il limite. Milano e l'Italia hanno quest'imprinting post-industriale che dà troppa importanza a ciò che è business, il resto viene sacrificato."

Negli altri Paesi, invece, com'è la situazione?
"Vi è un'altra mentalità sia da parte degli organizzatori e degli addetti ai lavori che del pubblico. Ci dovrebbe essere una cultura più approfondita e genuina. E' tremendo pensare che a Milano un locale non possa avere successo se non è trendy... e così avviene pure per i gruppi."

Ma c'è un'altra città dove ti piacerebbe vivere?
"Ora vivo alle porte di Milano e quando mi sveglio sento gli uccellini cantare. E' tutta un'altra cosa. Mi piace Roma, ma non ci ho mai vissuto. Posso andarci quando voglio, però non saprei dire se mi piacerebbe viverci..."

Parlando delle vostre canzoni, cosa credi che faccia la loro forza?
"I testi di Manuel sono sì personali, ma non vi è mai un'interpretazione univoca. Questo è un grande punto di forza nel senso che ognuno può prenderli come vuole e quindi ritrovarsi o meno."

Che profilo ha il peggior ascoltatore che potreste avere?
"L'ascoltatore è libero di ascoltare ciò che vuole. Dal vivo il peggiore è sicuramente chi ci scambia per quello che non siamo, accomunandoci ad un'altra tipologia di artisti. Nei nostri concerti vi sono momenti intimi, momenti violenti e momenti di dialogo col pubblico, ma mai si sconfina nel "karaoke". Chi viene al nostro live non lo fa per fare del karaoke. Capisci?"

Certo... esco sempre "stravolta", in positivo, dai vostri concerti e vi trovo una parte di me che non emerge nel mio essere quotidiano. Credo sia questo un altro dei vostri punti di forza, che, seppur una persona non abbia vissuto le vostre stesse esperienze, riesca a sentirle dentro le proprie viscere, esplorando gli angoli dell'umano sentire. Ma sul palco vi accorgete che siete davvero forti e create qualcosa di speciale?
"Siamo consapevoli di quello che accade e siamo molto contenti di dare noi stessi al mille per mille. Ci fa paura la routine e la combattiamo riarrangiando le canzoni, riproponendone di vecchie e cercando sempre nuovi escamotage."

Quindi non avete paura del buio, ma della routine? Ora che siete in giro per l'Europa con "Ballads For Little Hyenas" come vi state trovando?
"E' fantastico! Suonare in posti dove non ci conoscono ci riporta a 15 anni fa, quando giravamo per i piccoli club. E' un ritorno alle radici che ci fa bene, poichè ci consente di staccare dalla relatà quotidiana per assaporare la gavetta e per poi fare rientro in Italia con maggiro vitalità. Venerdì ci aspetta Berlino."

Mi diresti un aggettivo per ogni Afterhuors?
"Ah, è difficile... dammi qualche attimo... Manuel, concreto. Dario... ce ne vorrebbero quindici, ma direi Mick Jagger. Giorgio Ciccarelli, fraterno. Roberto Dell'Era, Rock'n Roll, Enrico Gabrielli, genio e sregolatezza."

C'è qualcuno con cui vi piacerebbe suonare o qualche progetto a cui vi piacerebbe dare vita, magari non inerente alla musica?
"Al momento abbiamo l'agenda piena fino all'estate. Quando avremo tempo per sognare te lo diremo...".