Intervista a Joe McNally

Un irlandese a New York è uno dei più importanti fotogiornalisti del mondo

Joe McNally è il fotogiornalista autore di tanti servizi sulle più celebri testate internazionali: da Sport Illustrated a National Geographic. Ha immortalato aerei militari e sguardi ad ogni latitudine Sight, celebrities e atleti (che poi in America sono un po' la stessa cosa). Mentre una mostra lo celebra a Busto Arsizio, questo ragazzone americano dotato di ironia e sense of humour rivela qualche retroscena del suo lavoro e dei suoi lavori.

Lei è di New York. Faces of Ground Zero è la serie di polaroid con cui Lei immortalò i sopravvissuti ed i soccorritori dell'attentato alle Twin Towers, subito dopo il disastro. Ne nacque una mostra itinerante che ebbe molto successo. Ci vuole raccontare com'è andata? 
"Innanzitutto devo precisare che scattare delle polaroid a grandezza naturale, alte quindi circa due metri, è molto faticoso e costoso. La macchina ha le dimensioni di un garage, all'interno devono lavorarci due persone, mentre chi scatta sta all'esterno. Tra l'altro non c'è modo di verificare la perfezione dell'immagine prima di fare click, perciò si deve sperare che la persona ritratta non chiuda gli occhi al momento sbagliato, altrimenti sono 400 $ buttati. Ecco perchè subito dopo l'11 settembre ho cercato un finanziatore al mio progetto".

E chi gli rispose?
"Trovai il proprietario della Time/Warner che mi offrì una somma. Così cominciai a ritrarre vigili del fuoco: ragazzi, uomini che venivano da me magari dopo aver trovato fra le macerie i colleghi o i parenti morti e che sarebbero dovuti tornare a Ground Zero, e poi persone che per pura fatalità era scampata ai crolli delle Torri. Con molte di queste persone è nata un'amicizia che continua tuttora".

Lei è legatissimo alla sua città e testimonia il suo amore offrendole moltissimi ritratti, dalla metropolitana allo skyline che proprio dal fatidico 11 settembre non è più lo stesso.
"New York è casa mia e ho titratto spessissimo, con tante luci diverse, le Twin Towers. Mi sono anche arrampicato sull'antenna della Torre Nord per fare delle foto. In realtà io adoro arrampicarmi in cima agli edifici: sono stato appeso all'Empire State Building, al ponte di Queensboro. Però preferisco fotografare le persone che gli ambienti".

Lei ha attraversato il momento di passaggio dalla pellicola al digitale: che ricordo ha del suo "battesimo"?
"Il primo esperimento con il digitale è stato in occasione del Kentucky Derby, ma invece di ritrarre i cavalli mi concentrai sui bizzarri cappelli delle signore: solo un pazzo poteva preferire i cavalli! Comunque il mio primo servizio fotografico interamente digitale fu Taking Flight per National Geographic, ed ebbe molto successo. Fu un lavoro molto ben fatto, d'altronde io lavoro meglio quando ho poco tempo e sono sotto pressione, proprio come in quell'occasione".

E' favorevole dunque all'uso delle nuove tecnologie, che per qualcuno snaturano il mezzo fotografico?
"Assolutamente sì. Le nuove macchine permettono di realizzare immagini straordinarie senzl'ingombro di apparecchiature: puoi bilanciare le luci, le ombre, regolare i colori. Anche l'uso di Photoshop può aiutare".

Qui a Milano cosa le piacerebbe fotografare?
"Mi concentrerei intorno al Teatro alla Scala. Infatti sono molto interessato alla danza, come testimoniano le mie fotografie raccolte nella serie Il tempo sospeso".

Perchè tutto questo interesse proprio per la danza?
"Perchè è un buon modo per conoscere le ragazze! A New York ho un appartamento proprio davanti all'American Ballet, dalla mia finestra si vede tutto un via vai di ballerine bellissime: quale modo migliore per conoscerle se non fotografandole?"

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