Intervista a Hamid Grandi

Un giovane cantautore di Milano

Hamid Grandi è un musicista di trent'anni, cresciuto a Milano e per metà di origine algerina. Nel 2003, con il Seven Quartet, è stato vincitore del premio "Un'avventura" dedicato a Lucio Battisti dalla città di Molteno. Le sue sono canzoni di una grande sensibilità, che parlano della semplicità del viver quotidiano, ma pure di temi difficili da trattare, come nella toccante "Kamikaze". L'abbiamo incontrato al Circolo Arci Matatu per farvelo conoscere.

Hamid, dove sei cresciuto e quale musica ti ha influenzato?
"Sono cresciuto nella zona di Porta Romana. Ricordo che mio padre metteva sempre dischi di musica algerina, suo Paese di origine, ma a me non ha mai entusiasmato. Ho iniziato a suonare la chitarra classica a 8 anni. Ero quel che si dice un bambino prodigio. Poi mi sono perso nel rock. Suonare musica classica non ti fa integrare molto coi coetanei e così arrivarono le crisi adolescenziali. Sai, interpretare Bach non fa avvicinare le ragazzine e a quell'età fai caso a certe cose."

Oltre a suonare la chitarra con cosa giocavi da piccolo e guardavi i carotoni animati?
"Giocavo coi Puffi e mi ero innamorato di Georgie."

E poi come sono proceduti i tuoi studi musicali?
"Ho dato l'esame del V anno di Conservatorio da privatista e mi sono avvicinato a cantautori come De Gregori, De Andrè, Battiato. Quando scoprii Massimo Bubola pensai che potevo cantare pure io. Prima pensavo che per cantare si dovesse per forza variare tonalità, ma dopo avere sentito Bubola mi accorsi che non era proprio così."

Come è avvenuta la svolta che ti ha portato a scrivere delle canzoni tue?
"Alle superiori suonavo con degli amici interpretando pezzi d'altri. In quel periodo frequentavo casa Castellani, la casa di Marco, il bassista de Le vibrazioni. Un giorno lui mi propose di dare vita ad un nostro gruppo e così fu. Ebbi dunque una folgorazione ascoltando "The River" di Bruce Spingsteen.

Come componi i tuoi brani?
"Prima nasce la musica, da arpeggi di chitarra, dunque vengono le parole in inglese maccheronico e infine il testo vero e proprio. A volte, rileggendo una canzone, mi accorgo che parlo di tutt'altra cosa rispetto a quello da cui ero pertito. Nella musica si amplifica ogni situazione."

E ora in che situazione ti trovi?
"Sento alti e bassi. Nei giorni in cui sono felice non avverto il bisogno di toccare la chitarra, mentre se sono triste diventa una forma di terapia. Nelle canzoni, però, non voglio esprimere disagio, ci rifletto sopra e trasmetto quel che ne rimane. Una volta Mauro Pagani disse che nella musica non bisogna piangersi addosso, nè dare risposte. Io dico che non c'è nemmeno bisogno di raccontare per forza la verità."