Intervista a Gianni Miraglia

"Six Pack" è il suo romanzo. Arriva al lettore come un pugno nello stomaco: niente male per essere la sua opera prima

Sulla quarta di copertina dovrebbero aggiungere un'avvertenza: "lasciar decantare prima di emettere il giudizio finale". Six Pack di Gianni Miraglia (Edizioni Arcana) non è quello che ci si aspetta dall'opera di un esordiente. Sincero fino alla spietatezza, coraggioso nell'osare cinismo ed estremismo, è il racconto in prima persona di un protagonista che non svela mai il suo nome. La vita e il pensiero del protagonista sono svelati in 259 pagine che racchiudono le immancabili due ore mattutine di palestra dell'uomo. Non è un giorno qualunque: è la vigilia dello scadere del suo ultimatum: il 14mo giorno senza sesso. Urge trovare una donna perchè non passino due settimane senza avere un rapporto sessuale. Sullo sfondo: l'etica degli addominali, feroci sguardi sul resto del mondo, il giudizio crudo di chi è inflessibile per primo con se stesso.

Six Pack è un romanzo controverso, chi lo ha scritto ci ha messo: una critica sociale dura e coraggiosa, un personaggio a tutto tondo, uno stile crudo. Chi lo legge non può restare indifferente: come ti è venuto in mente di buttarti nell'editoria con un simile esordio?
"Potrei definire Six Pack una sorta di fantabiografia, insisto sul termine "fanta": in genere non pedino le persone (come il protagonista del libro, n.d.r.). Il protagonista è la proiezione estremizzata di una parte di me di qualche anno fa e che ora ho risolto. La mia intenzione era - metaforicamente - mettere in atto l'incidente stradale che le persone si fermano a guardare. Ho portato cioè la non comunicabilità in cui mi sono chiuso in passato sulla scena". 

Rispetto al protagonista e alla sua etica, personalissima certo, ma dalla quale non sgarra mai, cosa puoi dire?
"Con questo romanzo ho voluto cogliere in maniera realistica e cinica le sovrastrutture che ognuno di noi si porta addosso. Il protagonista è crudele non solo nel giudicare il mondo intorno a sé, ma anche con se stesso, si impone - a differenza degli altri - di non contare sulle parole per scappare, di non incarnare nessun clichè per interfacciarsi con la realtà. Ha un dogma sincero: non partecipare al banchetto della menzogna. Non perchè "bisogna" dire la verità, ma per una sorta di onestà spirituale".

Che riscontri hai avuto dai lettori e dai critici?
"Mi piace la varietà dei pareri che ho sentito. E, ancora, mi piace che tante persone diverse provino tenerezza nei confronti del personaggio, nonostante la sua dura scorza esterna. Alla fine scrivere questo romanzo è stato liberatorio, se vuoi catartico, sono contento e tronfio di aver consegnato questo personaggio, questa parte di me alla carta.  Ora troverò nuovi stimoli, partendo da una serenità che prima non avevo".

Ci racconti la genesi del romanzo?
"Ci lavoravo da un pezzo, prima come scrittore della domenica, finché mi ci sono dedicato completamente. Da allora ci ho messo due anni e mezzo per finirlo. Avrò buttato giù una decina di stesure per arrivare al risultato attuale. Aiutato dal mio editor, ho eliminato pagine e pagine, per far emergere l'anima di crudeltà del protagonista senza aggettivazioni superflue".

Ma in realtà che mestiere affianchi a quello di scrittore?
"Non progetto niente per la Nasa, non studio UFO, non cucino frittate vegane. Faccio un lavoro moderno, ma non per questo mi gonfio il petto".

Torniamo al libro e diciamo la verità: il lettore fino in fondo si aspetta una svolta, un ammansimento del cinismo del protagonista...
"Ho cercato di non mettere in mostra colpi di scena. La vita non ne contempla, a differenza dei film o, appunto, dei romanzi. Mi sono interessato soprattutto a rappresentare cose e gesti di tutti i giorni, ho voluto creare un'eticità di fatti invisibili, quotidiani".

Ad ogni capitolo segue un "Pensiero chiuso in bagno", vuoi spiegare di cosa si tratta?
"Ci ho messo pochissimo tempo per scriverli, però li avevo tolti dopo una prima stesura, alla fine ci ho ripensato. Rappresentano dei momenti di sincerità del personaggio, sue riflessioni e ricordi del passato, ed è lì che emerge la tenerezza del personaggio. I pensieri chiusi in bagno mi fanno venire in mente quella frase: "anche Hitler da piccolo aveva un orsacchiotto"."

Concentri la vita di questo uomo in un racconto che dura virtualmente due ore. Non si è trattato di un ostacolo ulteriore alla scrittura del romanzo?
"Piuttosto è stato un modo per costringermi all'osso e scarnificare i fatti emotivi da raccontare, un gioco per essere costretto a dire tutta la verità nel poco tempo a disposizione, concentrando in una fottuta palestra, nell'esecuzione di una scheda, l'arco della vita emotiva di un uomo".

Six Pack è ambientato a Milano, il quadro sociale che ne esce non è incoraggiante - per usare un eufemismo. Tu che sei di Genova e ti ci sei trasferito, cosa provi per questa città?
"Io adoro Milano, invece non mi piacciono quelli che rovinano Milano, quelli che credono di essere quel che c'è scritto sul loro biglietto da visita, per intenderci. Vagare in bici per la città (come il protagonista di Six Pack) è stato un buon pezzo della mia vita metropolitana. A volte lo faccio ancora ma con meno attenzione alle cose, a volte anche in compagnia. Sapere di resistere a questa Milano per me è linfa vitale. Ho visto certe albe in via Padova che neanche certe canzoni di Tom Waits".