Intervista a Gianni Berengo Gardin

Intervista a Gianni Berengo Gardin

AUTORE
Roberta Gibillini
DATA NEWS
lunedì 19 luglio 2010
ARGOMENTI
Gianni Berengo Gardin, Fotografia, Forma
Cinque anni fa una sua mostra inaugurava Forma. Alla festa dello spazio milanese ci spiega che scattare non basta

A guardargli le mani, non si direbbe riescano a reggere reflex e pesanti obiettivi, eppure Gianni Berengo Gardin (classe 1930) della fotografia è addirittura un maestro. Non a caso fu una sua monografica ad inaugurare cinque anni fa Forma, la galleria milanese diventata un punto di riferimento per la città. Alla festa di compleanno dello spazio espositivo lui non poteva mancare. Incontriamo il "genio tranquillo e costante" (come veniva definito nel comunicato stampa dell'importante antologica del 2005) nelle sale gremite del Forma, prima che la musica e la festa incomincino.

Maestro, trova che Forma sia cambiato in questi anni?
"No, prometteva di essere uno spazio autorevole e così è stato. Quando ha aperto non c'era nulla di simile a Milano e, in fatto di fotografia, si conferma tra le sedi espositive migliori in Europa. Il merito è tutto nella proposta. Non sono sempre stato d'accordo sulla scelta dei contenuti, ma va detto che la qualità delle esposizioni è sempre stata altissima, grazie al lavoro di Roberto Koch (Presidente di Forma, nonché fondatore e amministratore dell'agenzia Contrasto, n.d.r.) e del suo staff".

Quale elemento fa la differenza in una fotografia?
"Come ha detto Ugo Mulas, è più importante fare una buona foto che una bella foto. Le belle foto servono a poco, ma una fotografia che porta con sé anche un messaggio ha sempre un valore aggiunto".

Aumenta il numero di fotografi amatoriali, anche grazie alle nuove tecnologie digitali. Ha un consiglio per chi si avvicina a questo mezzo espressivo?
"Visitate tante mostre, leggete molti libri del settore, osservate bene i cataloghi. Solo così si forma una cultura fotografica, un bagaglio indispensabile. Mentre oggi si pensa che per diventare un buon fotografo basti scattare, scattare, scattare."

In mezzo a tutti questi scatti, come ne esce la fotografia italiana?
"Il linguaggio fotografico è diventato plurale, tra tanta contaminazione vedo farsi largo una tendenza comune: i reportage fotografici sono sempre meno, tutti vogliono fare foto artistiche. Bisognerebbe ricordare che l'uso massiccio di Photoshop produce magari una bella immagine, certo non una fotografia".

Lei ha collezionato riconoscimenti. Nel 2008 ha ricevuto il Lucie Award, tra i premi più importanti nel suo campo, eppure non si ferma mai. Sta lavorando a nuovi progetti?
"A parecchi, forse troppi! Il primo riguarda un cascinale nel vercellese, dove si coltiva il riso come una volta. Poi sto mettendo insieme un libro su Milano, che uscirà per Motta Editore in autunno. Infine, con la mia assistente Donatella Pollini ho in corso un lavoro sulla Resistenza. Ci tengo molto: tanti ragazzi non sanno nemmeno di cosa si tratti. Credo che ci sia un forte bisogno di fare memoria".

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