Intervista a Gianfranco de Turris

Il giornalista, curatore dell'antologia "Apocalissi 2012", spiega il fascino che circonda la catastrofica profezia maya

Se ne fa un gran parlare e, che la si prenda sul serio oppure no, ognuno di noi le ha dedicato almeno un pensiero. Una presunta profezia maya vuole che l'apocalisse abbia una data precisa: il 21 dicembre 2012. I veri conoscitori di questa civiltà l'hanno presto sfatata: online c'è una quantità spropositata di informazioni su verità, miti e leggende legate al fatidico giorno. Eppure, questa leggenda è in grado di alimentare inquietudini e curiosità: se mai arrivasse la Fine, in che forma si presenterebbe e come ci comporteremmo? A queste domande provano a rispondere ventiquattro scrittori nella raccolta di racconti Apocalissi 2012 (Bietti, Euro 21). Ogni autore porta la sua personale visione della catastrofica predizione, ipotizzando gli scenari più disparati. Con Gianfranco de Turris, curatore dell'antologia, giornalista ed esperto di fantascienza, abbiamo chiacchierato della nascita del volume e di questa "febbre da Fine del mondo" che non accenna a scemare.


Qual è stato il criterio di selezione dei racconti presenti in Apocalissi 2012?
"Conosco personalmente gli autori (tra cui si contano Franco Cardini, Giulio Giorello, Nicola Verde, Pierfrancesco Prosperi, ndr), so quali tematiche amano affrontare e quale stile impiegano. In accordo con l'editore ho proposto loro una riflessione letteraria sulla tanto chiacchierata profezia maya e dopo un lavoro di lettura, analisi e critica dei testi, Apocalissi era pronto. Ogni contributo si distingue per qualità e originalità, ogni scrittore era libero di scegliere argomento e toni della narrazione. Il risultato è un mix ben dosato fra racconti corali e intimisti, in un'alternanza di prospettive realiste e fantastiche, drammatiche e umoristiche".



Nell'introduzione, Lei evidenzia la costante fascinazione del genere umano rispetto alla Fine del mondo: nel X secolo d.C. si temeva che la fine coincidesse con il capodanno dell'anno Mille, nella nostra epoca progredita e meno rozza abbiamo già fatto i conti con la paura del Millennium Bug e ora tocca ai Maya...
"Per quanto le civiltà progrediscano, alcuni aspetti della psicologia umana restano inalterati. E così ancora oggi si cade facilmente nella rete del millenarismo, nonostante la presenza pervasiva della tecnologia nella nostra società. Una tecnologia che, anzi, contribuisce con i nuovi media a diffondere capillarmente l'ipocondria dell'Apocalisse con una velocità senza pari".

Internet è uno strumento di diffusione della conoscenza: questo potenziale è ancora poco sfruttato oppure le "forze del male" sono destinate a soggiogare la Rete?
"Si parla del web elogiandone la democraticità, bisognerebbe forse chiedersi se internet significhi democrazia o piuttosto anarchia. Le informazioni veicolate dalla Rete ci arrivano senza filtri, a differenza, per esempio, di un libro, la cui pubblicazione è mediata da un editore. Internet può veicolare idee geniali così come bufale cosmiche: al momento l'essere umano rimane più colpito dalle assurdità che dal genio. La svolta arriverà quando l'utenza farà un salto di qualità. Purtroppo oggi l'ignoranza sembra avere la meglio: basti pensare alle panzane circolate in rete sul recente, tragico terremoto in Emilia".

Il fatto che la "leggenda" del 21 dicembre 2012 provenga da una civiltà scomparsa è un elemento catalizzatore di questa "ipocondria dell'Apocalisse"?
"Puntualizziamo: i Maya hanno messo a punto un calendario ciclico, non si sono espressi su eventuali corollari, che siano catastrofi naturali o l'arrivo di extraterrestri, che accompagnino la fine di un ciclo e l'inizio di un altro. Trattandosi di un popolo sterminato dalla violenza che ha accompagnato la colonizzazione europea, qualcuno ha iniziato a credere a quel computo come a una sorta di maledizione, una vendetta giurata dai Maya ai danni del mondo che sarebbe giunto dopo il loro". 



Considerando il presente critico in cui viviamo, potremmo dire che il tema dell'apocalisse acquista anche una funzione catartica? 

"Certamente. La radice greca della parola apocalisse significa rivelazione. Oggi questa accezione è venuta meno, a vantaggio dell'interpretazione catastrofica del termine. Intenderlo invece come rivelazione vuol dire andare incontro a una novità, all'avvento di una realtà diversa da quella attuale, che pare essere diventata sterile, senza prospettive o slanci verso il futuro. Alcuni racconti della raccolta finiscono con l'evidenziare valori da tutelare e promuovere".



Cosa occorre tutelare per non arrivare al punto di non ritorno?

"… è una domanda da un milione di dollari! I religiosi si avvalgono della fede, i razionalisti fanno appello all'intelligenza, i tradizionalisti ai valori saldi del passato. Credo che, al di là dell'approccio, occorra ricordarsi di appartenere al genere umano. Servirebbe una riflessione su cosa ci rende esseri umani: le prospettive future, i valori?".

Torniamo da dove abbiamo cominciato, cioè dalla Fine. Che ci si creda o no, tutti ci interroghiamo su cosa accadrà il prossimo dicembre: lei come intende passare l'ultimo giorno?
"Ho chiesto a molti autori diversi di immaginare una risposta a questa domanda e mi accorgo ora di non averci proprio pensato. Come scrive anche Francesco Grasso nel suo racconto, credo che se il mondo deve finire in una manciata di ore, tanto vale fare ciò che ci ripromettiamo da sempre ma che abbiamo troppa paura a realizzare. Chissà mai che ci si guadagni…dovesse arrivare l'alba di un nuovo giorno".