Intervista a Gian Maurizio Fercioni

Incontro "pelle a pelle" con il guru del tattoo made in Italy

Milano ha fatto 13! Infatti, la capitale della moda ha ospitato la 13a edizione della Tattoo Convention, l'evento internazionale più prestigioso per i cultori del body painting: dall'8 al 10 febbraio la struttura alberghiera del Quark Hotel ha ospitato tatuatori di tutto il mondo straordinari in numero e in qualità.

GLOBAL ART - Dipingere il proprio corpo per motivi estetici è un'arte antichissima, preistorica, e già nell'etimologia di tattoo (dal vocabolo tahitiano "tatau" che significa "marcare con segni") è contenuta una valenza onirica, una sorta di magia del rito, un forte legame spirituale col proprio corpo. Non a caso nei paesi dove questa pratica è maggiormente sentita - Oceania e Giappone - l'esperienza del dolore legata all'atto dell'incisione è fondamentale, avvicina l'individuo alla morte, per cui diventa esorcizzante; necessaria la perdita di sangue. In Italia questa cruenza manca, per tatuare si usa soltanto il metodo americano, fastidioso ma non traumatizzante, eppure le origini del tatuaggio nel Bel Paese non mancano di essere veraci... abbiamo avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere con Gian Maurizio Fercioni.

Com'è nata questa sua passione per il tatuaggio?
Grazie al mare. Da giovane andavo in barca a vela, facevo le regate; in quelle occasioni ho incontrato tanti marinai tatuati, da lì la scintilla, il mio primo tatuaggio me l'ha fatto un marinaio. Così ho iniziato con le letture, mi sono iscritto all'Accademia di Brera e piano piano questa passione è diventata un lavoro... non c'avrei mai scommesso!

Quando è iniziata la sua carriera?
Il mio primo studio risale al 1968, all'Isola del Giglio. Ho iniziato tatuando a mano, poi poco alla volta ho iniziato a costruirmi delle macchine da solo. La svolta è sempre legata alla mia passione per il mare: facendo le regate ho conosciuto i grandi maestri giapponesi e da loro ho appreso le preziose tecniche a mano. Lavoravo soprattutto grazie al passaparola, i turisti con cui parlavo d'estate al Giglio venivano a farsi tatuare nel mio studio di Milano da tutta Italia durante il resto dell'anno.

Lei ha anche fondato il primo museo di tattoo in Italia...
Esatto, ma è stata dura. Quando nel '74 ho scritto al Comune di Milano che avrei voluto veder riconosciuta la professione di tatuatore mi hanno liquidato senza cerimonie; soltanto dopo anni questo tabù è stato abbattuto.

Perchè "Queequeg" per il suo studio-museo?
E' il nome di un personaggio del romanzo Moby-Dick, un ramponiere polinesiano e cannibale che diventa amico di Ismaele, con cui si imbarca nella caccia alla gigantesca balena bianca. Come vede ritorna il mare.

E' cambiato secondo lei il motivo che induce le persone a tatuarsi? Dagli anni '60 fino agli '80, ad esempio, il tattoo sembra avvalersi di un significato di ribellione, trasgressione; mentre adesso, negli anni '90, sembra aver perso questa connotazione, ma sembrerebbe porsi piuttosto come scelta di vita privata...
Assolutamente no, il tattoo da sempre ha una valenza privata, intima. Semplicemente prima il tatuatore era un artigiano, che aveva il compito di materializzare sulla pelle il sogno che portavi dentro; adesso farsi un tatuaggio è più una questione di style, fa tendenza.

A proposito di tendenza, dove crede stia tendendo il tatuaggio?
Io credo che ci sarà un ritorno alla primitività, per intenderci all'arte tatuatoria giapponese.

Lo studio-museo Queequeg si trova a Milano, in via Formentini, 7, per info 02 8053720.

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