Intervista a Giacomo Gambineri

Sogni, consigli e opinioni di un giovane creativo genovese

Ha recentemente firmato un'illustrazione per Wired e il suo nome figura insieme a quello di altri giovani colleghi italiani nel volume Turning Pages (Gestalten, Euro 49,90), una panoramica dello stato dell'arte nel campo della grafica editoriale. Giacomo Gambineri, classe 1985, ci racconta cosa vuol dire fare il graphic designer oggi in Italia.

Cos'è per te il graphic design?
"Ogni volta che devo spiegare di cosa mi occupo a qualche vecchia zia finisco sempre per dire 'hai presente quando vai al ristorante? Ecco, io faccio i menu'. Il risultato è che ora molti miei parenti credono che io abbia un radioso futuro nella ristorazione...Non è così facile spiegare a qualcuno il tuo lavoro quando fai un magazine senza scrivere una parola o manifesti senza inventare uno slogan. Credo che il graphic design sia quel lavoro invisibile e determinante che istiga la gente a giudicare il libro dalla copertina. Nasce dal bisogno di appagamento estetico, dalla volontà di avere a che fare con il bello".

Il progettista grafico ha una responsabilità sociale?
"Il graphic design ha indubbiamente un grande potere, che non credo sia del tutto in mano ai progettisti. Il loro lavoro viene finalizzato al confezionamento, alla vendita. I flussi, le mode e le tendenze hanno sempre più una radice grafica, perché è la grafica il vero interlocutore dell'acquirente. Quando lasceremo che il gusto del bello invada gli ambiti non mercificabili, allora potremmo parlare di vera, profonda, responsabilità sociale, non più di semplice complicità.

Il design può essere arte?
"Credo che a distanziare il design dall'arte, prima ancora dell'aspetto funzionale, sia la questione della riproducibilità. Per quanto interessante, un'opera pensata per essere riproducibile non incute la riverenza dell'opera d'arte canonica. Tuttavia, se si intende arte come espressione di una particolare capacità e sensibilità, non vedo perché no. Forse potremmo considerare il design come quel processo artistico che non produce opere d'arte".

Cosa pensi del graphic design italiano?
"Non credo che la grafica sia il campo in cui il design italiano primeggi, anche se ci si può sempre rifugiare nella stantia (ma confortante) ombra del Made in Italy. Certo esistono realtà importanti nel nostro Paese, ma ammetto che quando sono in cerca di uno stimolo mi trovo automaticamente a sfogliare le riviste straniere".

Cosa offre Milano a un giovane designer?
"La città è ricca di eventi e stimoli, è il crogiolo di tante personalità e opinioni sulla materia. Ma credo ci sia bisogno di più calore: spesso si partecipa a eventi e mostre calcolati per restituire un'algida eleganza, condita da elettrodeliri ad alto volume. Penso che il clima e le tempistiche un po' retrò del caffè possano essere più stimolanti, più concilianti al dialogo".

A chi decidesse di studiare graphic design qui, consiglieresti di restare o trasferirsi all'estero?
"Per studiare e lavorare in questo ambito non credo che esistano alternative italiane a Milano. Questo non significa che le scuole milanesi siano le migliori, è un discorso di immersione totale, di atmosfera. Un'esperienza all'estero non può che fare bene: più osserviamo e capiamo del mondo, meglio saremo in grado di comunicarlo. La vera questione è: partire, o partire per tornare?".

Tra i futuri progetti di Giacomo c'è quello di andare all'estero, almeno per un po'. Speriamo che decida di tornare.