Intervista a Gaetano Pesce

Materiali innovativi e affetti, il design tra passato e futuro attraverso le parole del controverso Maestro

"Il design non è più solo funzionalità, parla di affetti, cosa che prima non contemplava". Gli oggetti realizzati da Gaetano Pesce sono noti per la loro espressività nelle forme e nei colori. Abbiamo incontrato il designer alla presentazione di L'abbraccio, collezione firmata Pesce-Le Fablier. "Una serie che nasce dal background comune del brand e dell'artista: la morbidezza, il calore e la carezza. L'abbraccio tra due materiali diversi, come il legno e la resina, in oggetti confortevoli" commenta Michela Barona, ad Le Fablier, in merito alla scelta di un designer come Pesce, all'apparenza molto lontano dall'immagine dell'azienda.

Oggi il design vira più in direzione del minimalismo o sta scoprendo espressività nelle forme?
"Il minimalismo ha i giorni contati, è un'espressione che va avanti da circa 150 anni, i grandi minimalisti li conosciamo tutti, erano LeCorbusier, Gropius, Machintosh. Less is more, la celebre frase di van der Rohe, è da applicare con attenzione, se si continua a ridurre non resta più niente. Il design va verso un periodo di arricchimento e di allargamento dei propri confini come espressione. Non è più arte applicata, ma un'arte completa e probabilmente una delle principali".

Secondo lei il pubblico cosa cerca quando fa una scelta nel mercato del design?
"Non saprei, ognuno risponde a delle caratteristiche proprie, è difficile parlare di tendenza di pubblico. Ci sono degli individui, stanchi della ripetizione, che vogliono più creatività e spingono verso l'innovazione degli oggetti. Siamo in un periodo in cui finisce l'epoca della standardizzazione, la tecnologia ci permette di produrre degli oggetti di cui ognuno è un esemplare unico, questo è il futuro".

Dal punto di vista dei materiali come si è rapportato con il legno nella collezione L'Abbraccio?
"Ho preso il legno come supporto, la resina liquida prima di solidificarsi imbriglia il legno e diventa struttura. Sono contrario ai materiali tradizionali, ogni tempo ha le sue regole e i suoi materiali. Si può dire che ho portato ad uno stadio successivo il legno".

Lei vive e lavora a New York. Nei giorni del Salone potrà osservare Milano: come le sembra questa città? Di cosa avrebbe bisogno dal punto di vista dell'arredo urbano?
"È la capitale del mondo per sei giorni. Per l'arredo urbano si potrebbe fare molto. Guardando una panchina o un lampione devo capire la peculiarità del luogo. Ad esempio proposi di trasformare il Lingotto (la prima fabbrica adibita alla produzione in serie) nella sede del Ministero del lavoro. Lo Stato moderno non è fatto da una capitale centralizzata, i beni devono essere distribuiti sul territorio, a Milano l'industria, a Venezia il turismo e a Firenze la cultura. Il design deve investire i luoghi e dargli un'identità".

Dovendo guardare al panorama delle nuove leve del design italiano, profilerebbe un quadro positivo o negativo? C'è un nome da tenere d'occhio?
"Ho scoperto recentemente Lapo Elkann, gli oggetti che progetta sono parte di lui e della sua famiglia. Il fatto che quegli oggetti siano fatti con pezzi di automobili racconta cos’è il suo milieu familiare. In generale la nuova generazione tende ad allargare quelli che sono i confini del design". 

Secondo Lei qual è il requisito fondamentale per essere designer?
"Chi si titola architetto non lo è sempre, lo è solo quando fa architettura. Designer quando fa delle cose. Non devono essere titoli stabili".

Qual è stato il suo ultimo acquisto di design?
"Acquisto? non ne ho mai fatto uno in vita mia. Se mi piace un oggetto quando lo chiedo le industrie me lo regalano. Se è un mio progetto me lo mandano... l'ideale è vivere in grandi spazi con pochi oggetti. Però un oggetto di design straordinario è la lampadina".