Intervista a Gabriele Salvatores

Commedia alla Woody Allen per il regista italiano che ci racconta il suo "Happy Family"

È uscito nelle sale l'ultimo film di Gabriele Salvatores, Happy Family. La commedia racconta Milano un po' alla Woody Allen con la sua adorata Manhattan, invitando lo spettatore (milanese e non) ad osservarla con più attenzione, a rivolgere più spesso lo sguardo verso l'alto nonostante il tipico grigiore del cielo meneghino. La pellicola è incentrata sul rapporto tra mondo reale e immaginario, non mancano momenti di comicità. Abbiamo incontrato il regista a Terrazza Martini e gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Con Happy Family sei passato dal genere noir di Come Dio Comanda ad un film più leggero. Come mai questo cambiamento?
"Ho sempre apprezzato la contaminazione tra generi, non mi sono mai impuntato su una tipologia in particolare. Credo che questa sia la ricetta per sentirsi sempre vivi, ma anche per non annoiare".

La fantascienza, però, è un genere che hai abbandonato...
"Io amo la fantascienza. Il problema è che secondo me il massimo che si poteva fare con i budget italiani sia già stato fatto con Nirvana (titolo di Salvatores del 1997, ndr). Per qualcosa di più elaborato avrei bisogno di co-produzioni, inevitabilmente americane. E poi chissà, magari lo prenderò anche in considerazione... Mi metterei volentieri nuovamente alla prova".

In Happy Family è evidente la contaminazione della commedia italiana con quella americana. Quanto di Wes Anderson c'è nel suo film?
"Non mi metto certo al livello del grande Anderson. È vero però che la famiglia costituita da Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Valeria Bilello e Gianmaria Biancuzzi, ricorda per diversi aspetti la peculiarissima famiglia Tenenbaum ritratta dal regista americano. (Caterina, alias Valeria Bilello, viene presentata come una giovane ragazza depressa, sempre chiusa in bagno a fumare proprio come il personaggio interpretato da Gwyneth Paltrow ne I Tenenbaum, ndr)".

Hai usato molto i colori nelle tue riprese, specie per descrivere gli stati emozionali. ll giallo per lo shock, il verde per la sofferenza, il rosso per l'intimità domestica, il beige per la malattia...
"Volevo rendere evidente attraverso le immagini che la realtà dei personaggi è vera, ma che il mondo in cui si trovano a vivere è fittizio. In fondo, l'intera commedia si gioca proprio su questa labile distinzione tra realtà e finzione. Fabio De Luigi è infatti al contempo narratore e personaggio della storia narrata. C'è una sequenza, in corrispondenza del brano di Chopin, in cui le immagini sono in bianco e nero e raccontano storie vere di quotidianeità".

Parliamo del grande ritorno della coppia storica Abatantuono - Bentivoglio...
"Diego e Fabrizio sono innanzitutto dei grandi amici. Noi siamo davvero una famiglia felice insieme. Loro sono entrambi due attori molto abili e si compensano. Fabrizio pone delle lunghe pause fra una riflesione ed un'altra. Diego è molto bravo a colmarle".
  
Ti è mai capitato di avere tra le mani un buona storia e non trovare un finale all'altezza?
"L'aspetto del finale è sempre problematico per un regista. Lo sottolineo anche in questo film: quando Fabio De Luigi, scrittore della storia, decide di far morire la vicenda sul più bello in favore di un finale aperto. I suoi personaggi, con i quali dialoga, lo convincono del fatto che un finale risolto, magari anche lieto, è ciò che il pubblico desidera. E tuttavia, ciò non è sempre vero. Uno dei film recenti che ho più apprezzato, Il nastro bianco, ha un finale aperto ma non per questo poco riuscito".