Intervista a Gabriele Muccino

Il regista romano si racconta in occasione dell'uscita di "Quello che so sull'amore", con Gerard Butler e Jessica Biel

Alla vigilia dell'uscita italiana di Quello che so sull'amore, il suo terzo film in lingua inglese, Gabriele Muccino non sembra completamente entusiasta. Sarà per l'accoglienza tiepida che la pellicola ha ricevuto negli Stati Uniti, sarà per le scene tagliate dalla produzione o per la sceneggiatura non proprio originale, ma il regista romano si sente quasi in dovere di dare spiegazioni. La pellicola, in sala dal 10 gennaio, è un ricco compendio di star hollywoodiane e racconta il percorso di "redenzione" di George Dryer (Gerard Butler), un ex campione di calcio scozzese che, a causa di un infortunio e di un tradimento, vede naufragare prima la sua brillante carriera, poi il matrimonio con Stacie (Jessica Biel). Per ricucire il rapporto con l'ex, ma soprattutto per riavvicinarsi al figlio Lewis, il bel George si trasferisce nella provincia americana e inizia ad allenare la squadra di calcio del bambino, con somma gioia dei piccoli giocatori e grande entusiasmo delle loro annoiate mamme (Uma Thurman e Catherine Zeta-Jones). 

Gabriele, il film descrive il passaggio di George all'età 'adulta'. Cosa significa per te maturare?
"Arrivare a quell'inevitabile fase in cui smetti di perdonarti vizi e vezzi dell'adolescenza e di fare cose di cui poi potresti pentirti. Diventare padre mi ha aiutato molto in questo senso".  

La storia doveva svolgersi nel mondo del baseball. Perché avete cambiato idea?
"Tendiamo ancora a pensare che in America esistano solo baseball e basket, ma non è così. Negli ultimi anni il calcio è diventato molto popolare, soprattutto tra i più giovani: maschi e femmine giocano nella stessa squadra e le partite sono un momento di aggregazione per tutta la famiglia". 

Le mamme vengono dipinte come insoddisfatte e nevrotiche. Sono davvero così?
"Gli spunti di ispirazione sono reali, certo. Non bisogna dimenticare che la storia è ambientata in provincia: un mondo a parte, spesso carente -se non addirittura privo- di stimoli culturali. Lì la massima aspirazione è fare un giro al mall, il centro commerciale. È una realtà che mi spaventa".

Veniamo alle polemiche. Hai dichiarato che gli americani sono troppo legati ai generi e che non avrebbero dovuto promuovere il film come una commedia romantica.
"Il pubblico statunitense non è abituato ad alcun cambio di rotta: se vuole divertirsi, deve ridere appena entra in sala e uscire col sorriso. Forse per questo il film, che è divertente solo in parte, non ha soddisfatto le aspettative". 

E le scene tagliate?
"Mi mancano molto, perché raccontano il crollo psicologico del personaggio interpretato da Uma Thurman e inquadrano perfettamente la sua situazione. Ho provato in tutti i modi a tenerle, ma non ci sono riuscito. Cercherò di inserirle negli extra del dvd". 

Ostacoli, critiche, difficoltà: vale la pena continuare questa avventura a stelle e strisce?
"Ovviamente mi è più facile girare in Italia, mentirei se dicessi il contrario. Ma qui sono nell'arena vera e propria, competo con i massimi registi internazionali. Lo faccio per diversi motivi: ambizione, sfida, forse anche egocentrismo. È una mia decisione e va bene così".  

Puoi dirci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
"Mi piacerebbe dirigere ancora Will Smith (già protagonista dei precedenti La ricerca della felicità e Sette anime). E magari chissà, cimentarmi con un musical: credo sia la forma di espressione cinematografica più aperta e complessa, capace di raggiungere un pubblico davvero ampio".  

In Italia o negli Stati Uniti, a lui l'ardua scelta.