Intervista a Francesco Meola

Vivere a New York, non solo da "Neighbors". "La Grande Mela? È come una donna di cui sei innamorato, un po' fugge e un po' si concede"

L'ultima volta che ho visto in scena l'attore milanese Francesco Meola è stato nel 2011. Dove l'ho rivisto dopo? Sui tetti di New York, in alcune fotografie su Facebook. Francesco, da allora, si è trasferito a Brooklyn, qui condivide un appartamento con altre sette persone (lui è l'unico maschio), due bagni e una cucina piccolissima.

Tra questi Otto sotto un tetto c'è anche Irene Turri, l'attrice con cui ha scritto Neighbors, curiosa storia – non a caso – di due ragazzi italiani nella Grande Mela, che li vede entrambi protagonisti e in scena a Milano. Porta Romana, pochi giorni prima della prima. Davanti a noi, due birre.

Francesco Meola, classe 1984, vive e lavora a NY. In scena al Tertulliano di Milano con Neighbors

Francesco Meola, classe 1984, vive e lavora a NY. In scena al Tertulliano di Milano con Neighbors

Lo sai che io a New York mi sono trovato a mezzo metro da Bjork? Non ci volevo credere.
"Pensa che io ho incontrato il premio Oscar Philip Seymour Hoffman, era in giro con i figli. Pochi giorni dopo lo avrebbero trovato morto (nel febbraio 2014, nel suo appartamento di Manhattan, probabilmente a causa di un'overdose, ndr)".

Insomma, a New York tutto è possibile. Almeno, questa la mia sensazione, ma ci sono stato solo pochi giorni. Tu invece ci vivi e ci lavori. Ancora più affascinante, no?
"Quello che mi affascinava, prima di trasferirmi, era la New York degli anni Ottanta, quella di Simon & Garfunkel. Era il 2012, non conoscevo nessuno e volevo staccarmi da Milano. Adesso la conosco e la trovo sorprendente. New York non è solo un sogno, è up and down, piena di alti e bassi. È come una bella donna di cui sei innamorato, un po' fugge e un po' si concede. La ami follemente e vuoi conquistarla a tutti i costi, ogni giorno".

Racconti questo in Neighbors?
"Non solo. È la storia di due giovani italiani a New York in cerca di fortuna. Due personaggi opposti e vicini di casa. In scena c'è un rapporto che colma il grande vuoto della famiglia perché New York, per i rapporti, è spietata. Se sei lì per un sogno e corri di continuo, è difficile sedersi e avere un momento di intimità. Il loro legame però li aiuterà in questo".

Il tutto in una 'commedia anti-romantica dal linguaggio della stand up comedy americana'. Ovvero?
"Beh, ci sono un uomo e una donna, il pubblico pensa all'innamoramento, ma quando devono baciarsi scoppiano a ridere. Il linguaggio è ironico e le persone sono estremizzate, questa è la stand up comedy. Un genere che qui non c'è, ma non si può tradire New York. Il suo fascino è anche in questo, come in tante altre cose che qui sono scontate. Uno dei miei locali preferiti di Brooklyn si chiama Union Pool. Qui, nel giardino, c'è uno stereo che trasmette musica ancora a cassette. Se lo racconti in Italia, sembra superato.Ti assicuro invece che ha un fascino unico. È così. Questa è New York".

Ti capita, allora, di sentirti davvero dall'altra parte del mondo
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"Pensa, un giorno stavamo provando lo spettacolo a casa della regista. Durante una litigata da copione, il vicino di casa bussa alla porta preoccupato. Gli spieghiamo che siamo attori e che stiamo recitando, lui risponde cool! e suggerisce di appendere un cartello fuori dal portone con la scritta Prove. Ecco, in Italia forse ci avrebbero detto semplicemente di fare più piano".

Dici che agli spettatori di Neighbors viene voglia di andare a New York e io, già da ora, ci voglio tornare. Qualche consiglio?

"Una passeggiata sul Ponte di Williamsburg, che collega la parte orientale di Manhattan con Brooklyn. Fermati al centro e guarda cosa succede. Dal musicista che suona la tromba a qualcuno sdraiato su un'amaca, c'è sempre qualcosa che ti lascia a bocca aperta. Poi il Queens, per renderti conto della multiculturalità pazzesca di New York. E per finire, una sera all'Apotheke di Lower Manhattan. Un locale che ricorda una drogheria anni Venti, con dei cocktail che si chiamano come pozioni. Assolutamente".

La nostra birra è già finita, troppo in fretta. Le cose, però, capitano inaspettatamente. Capita, per esempio, che nel cuore di New York un giovane attore si ritrovi a lavorare con una compagnia che diffonde la cultura italiana al pubblico americano, tra opere di Calvino o Macchiavelli, attualissime e che alcune "Neanche io le conoscevo".

Capita, allora, che nel sogno americano ci siano anche i nostri capolavori e non solo "Stereotipi che ci riguardano come la moda, il cibo e una tovaglia a scacchi a casa di ogni italiano". Oppure capita, più semplicemente, che una birra finisca troppo in fretta.