Intervista a Francesco Galanzino

Un uomo comune racconta la "banalità" della straordinarietà vissuta in una corsa lunga un milione di passi

Difficile far stare un'esperienza lunga un milione di passi in poche righe. Eppure se si vuol parlare di Francesco Galanzino, è di questo che si tratta. Padre, marito, imprenditore: così si definisce il corridore quarantacinquenne di Tortona che un bel giorno si è posto l'obbiettivo di percorrere in autosufficienza i 4 deserti "più" del mondo. Ma cediamogli la parola...

Dove hai compiuto il tuo milione di passi?
"Nel deserto più ventoso, quello del Gobi, in Cina, a maggio 2006. A luglio dello stesso anno invece ho corso nel deserto di Atacama, il più arido e affascinante. Ad ottobre ero nel Sahara, il deserto più caldo, infine ho percorso quaranta km circa al Polo Nord, anche se l'obbiettivo era l'Antartide, ma all'ultimo la corsa è stata sospesa, così ho dovuto ripiegare. Poco male, sarà la mia prossima meta"

Come fai a resistere così a lungo in situazioni estreme?
"Per corse del genere si parte adeguatamente allenati e seguiti dal punto di vista medico. E' determinante la costanza e la volontà. Il cervello è poi il muscolo più difficile da allenare, occorre non lasciar entrare nella testa la stanchezza. Se ti senti il latte alle ginocchia e cominci a dire: "Non ce la faccio, adesso mi fermo", la gara non la porti a casa. Un metodo che uso nei momenti di difficoltà è guardarmi dal di fuori per migliorarmi. Se mi concentro sulla postura da tenere, giudicandomi come se fossi fuori di me, il pensiero del dolore pina piano se ne va."

Cosa significa correre in autosufficienza?
"Prepararsi uno zaino prima della partenza. Il contenuto deve bastare per tutta la gara. L'organizzazione fornisce la tenda e l'acqua (ogni 12 km percorsi). Ogni partecipante poi si gestisce come crede. Io mi carico con 3 o 4 kg di attrezzatura (coltellino, torcia, ecc.) e con 5 kg di cibo. Non manca mai dell'olio e del grana, che una volta, in Cile, ho barattato con della colla per poter riparare le uniche scarpe che avevo e finire la tappa."

Quale clima si crea tra i partecipanti a queste gare?
"Incide molto il fatto che non ci siano premi in denaro o medaglie diverse: si è tutti uguali. E' straordinario il clima di sportività e solidarietà che si crea tra chi partecipa. In genere il gruppo dei partecipanti viene suddiviso in due sottogruppi: uno è costituito dai più lenti e viene fatto partire prima dell'altro, quello dei più veloci. Quando superi un altro concorrente non c'è rivalità o odio, io ho superato concorrenti che poi mi hanno sorriso o fatto i complimenti!"

Hai mai nostalgia dei posti in cui stai quando rientri a casa?
"No, anzi, sono ben contento di farlo. Sono grato di aver la possibilità di tornare a casa mia, perchè mi rendo conto che quello che faccio è un'esperienza da occidentali viziati. Io posso tornare a Tortona, i nigeriani non hanno la possibilità di fare ritorno in un posto come quello in cui viviamo noi."

Nelle tue parole emergono sempre lucidità e umiltà...
"Quelli che con le loro imprese sportive vanno dicendo di aver toccato i limiti della resistenza umana dicono delle gran stupidaggini, perchè purtroppo quei limiti sono stati toccati da altri esseri umani, penso a chi ha vissuto Auschwitz per esempio. Io non faccio niente di straordinario: metto solo un piede davanti all'altro."

Costanza, fatica, volontà e umiltà. Non pare affatto poco di questi tempi, avari di persone esemplari e ricchi di lanciamutande fuori dalla finestra di casa e imprenditori o sportivi a caccia di veline. E va da sè che Galanzino si arrabbierà leggendo di essere considerato un modello, anche se positivo.