Intervista a Ferzan Ozpetek

Il regista turco torna in sala con "Magnifica presenza", un omaggio corale all'arte della recitazione

Gli incontri con Ferzan Ozpetek sono un po' come i suoi film: un coro di voci diverse, che parlano all'unisono mantenendo ognuna la propria identità. Il regista di Istanbul è a Milano con il cast di Magnifica presenza, la sua ultima fatica in uscita il 16 marzo. È la storia di Pietro (Elio Germano), un ragazzo siciliano che si trasferisce a Roma per realizzare il sogno di diventare attore. Tra le giornate passate in coda per i casting e le notti trascorse in panetteria a infornare brioche, Pietro deve anche fare i conti con i misteriosi personaggi che si aggirano nella sua nuova casa. Dopo l'iniziale diffidenza, il protagonista scopre che gli eleganti coinquilini sono i membri (defunti) della compagnia teatrale Apollonio, attiva negli anni del Fascismo.

Ferzan, come è nato Magnifica presenza?

"Anni fa un amico mi raccontò di aver visto una donna misteriosa aggirarsi nei dintorni di un vecchio palazzo non lontano da casa mia. Abbiamo impostato la sceneggiatura partendo da questo incontro e poi l'abbiamo modificata più volte, anche nel corso delle riprese".

Nei tuoi lavori parli spesso di memoria. Perché?

"Affronto quella che amo definire 'nostalgia del presente'. Pietro vorrebbe fare l'attore ma prepara cornetti per sopravvivere, i membri della compagnia Apollonio provano ogni giorno il loro spettacolo ma sono morti e non possono metterlo in scena. Ognuno di loro ha un sogno da realizzare, nessuno è completamente soddisfatto della propria vita. Un po' come tutti noi".

La storia sembra suggerire una possibile compresenza di passato e presente. È così?
"Certo, sono dimensioni che possono, anzi devono, convivere. Per questo amo trascorrere del tempo con gli anziani, depositari di un patrimonio che va conosciuto e conservato".

E i fantasmi?

"Li ho inseriti anche in altri miei film, come Cuore Sacro, La finestra di fronteMine Vaganti. Ma li vedo più come delle presenze: non sono poi così diversi dalle persone vere e proprie".

Elio, nel film sei un aspirante attore e ti sottoponi a dei provini. Nella realtà, come sei stato scelto?

Germano: "Il mio è stato un provino atipico, 'mentale'. Ho incontrato Ferzan una volta e poi abbiamo iniziato a costruire insieme il personaggio di Pietro, che con il tempo è diventato una specie di amico comune".

Ozpetek affronta i suoi progetti sempre in modo corale?
Domenico Procacci, il produttore, spiega: "Non ho mai visto nessuno lavorare come Ferzan. Vuole conoscere il parere di tutti, dagli attori alla troupe. Può anche interrompere le riprese per chiedere consigli, con tutte le conseguenze del caso". Beppe Fiorello puntualizza ridendo: "È vero, ti chiede cosa ne pensi ma se sbagli ne approfitta per metterti in imbarazzo! Io per esempio ero diventato la saputella del gruppo". Vittoria Puccini (un membro della compagnia Apollonio insieme a Fiorello e Margherita Buy) invece sottolinea che: "Ferzan regala agli attori la cosa più preziosa, il tempo. In un mondo dove tutti hanno sempre fretta e non ti lasciano spazio per capire e provare, è un dono tutt'altro che scontato".

Il film si conclude con una scena al Teatro Valle, occupato per protesta lo scorso anno. Cosa vuol dire fare teatro oggi?

Germano: "Quando nel 2010 è stato abolito l'ETI (Ente Teatrale Italiano), l'unico punto di riferimento istituzionale in Italia, è venuto a mancare un collante prezioso per le piccole compagnie. Se è il mercato a dettare le regole, automaticamente la qualità si abbassa". Gli fa eco Margherita Buy: "Senza fondi e finanziamenti, realizzare spettacoli è sempre più difficile. Ma quando viene fatto da persone che ci credono davvero, il teatro è la forza più dirompente che ci sia".

A giudicare dalla passione con cui parlano del loro lavoro, forse possiamo continuare a sperare.