Intervista a Federico Russo

La voce di Radio Deejay racconta il suo romanzo d'esordio "Ci si mette una vita"

Quando parla, la "c" aspirata tradisce origini toscane. Quando scrive, l'amore per Firenze traspare da ogni pagina. Federico Russo, voce di Radio Deejay, ha appena esordito come scrittore con il romanzo Ci si mette una vita (Einaudi, Euro 16,50). Una storia di amicizia e di ritorno alle radici, in cui si mescolano dramma e ironia. Rubens, la voce narrante, è un ventisettenne fiorentino che lavora nella redazione di un giornale milanese. Sta per partire per seguire il Mondiale di Germania ma quando scopre che l'amico Carlo ha avuto un incidente grave, non ci pensa nemmeno un attimo: sale sul treno e torna a Firenze. Con lui gli altri compagni storici, Pico e Gazza. I quattro trascorrono così un'estate insolita tra le corsie dell'ospedale. Una storia intensa, ispirata a un fatto realmente accaduto a Matteo, un amico dell'autore. Russo cerca di esorcizzare il dolore stemperandolo con sensibilità e intelligenza, perché, dice, "non posso avere la pretesa di sapere cosa ha davvero provato Matteo".

Come è nato il libro?
"Il romanzo è nato circa due anni fa, quando mi sono infortunato e ho deciso di iniziare finalmente a scrivere. L'ho fatto con calma, soprattutto nei weekend, perché non ho mai smesso di dedicarmi alla radio".

Dove l'hai scritto?
"A casa a Milano. Ho provato a Firenze, ma non mi riusciva".

Quanto c'è di Federico in Rubens?
"Gli assomiglio, anche perché quando scrivi è difficile dribblare te stesso. Però non sono paranoico come lui. La parte dell'incidente, quella più autobiografica, è vera. Lì non potevo mentire, ho lasciato parlare le emozioni".

Nel libro sembri esortare i giovani a fare un passo indietro, invece che rincorrere a tutti i costi le proprie ambizioni. Perché?
"Chi l'ha detto che il 'Piano B' non può diventare quello 'A'? Rubens rinuncia a una carriera brillante per provare ad essere felice. È un passo facile e al tempo stesso difficilissimo".

Come Rubens, anche tu ti sei trasferito a Milano per lavoro. È stato traumatico?
"Non direi. Qui ho trovato un gruppo affiatato, a Milano sto bene (siamo in Fnac e la sala è gremita di colleghi e amici, dalla Mari a Victoria Cabello, ndr)".

Che locali frequenti?
"Mi piace trascorrere le serate in luoghi dove sia possibile parlare con tranquillità. Come il Pogue Mahone's, un pub che ho citato anche nei ringraziamenti".

Sei in libreria in contemporanea con il tuo collega Fabio Volo. Ne avete parlato?
"Non ancora, perché Fabio è impegnato nella lavorazione di un film (Studio Illegale, dal romanzo di Duchesne, ndr). Appena termina le riprese ci vedremo sicuramente".

Ci si mette una vita a fare cosa?
"A raggiungere i propri traguardi, a prendere decisioni coraggiose, a rischiare e risollevarsi. In realtà il romanzo si sarebbe dovuto intitolare Tutto come prima, ma non piaceva a nessuno".

Forse in fondo è stato meglio così.
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