Intervista a Dente

Parole, talent show, social network: intervista al cantautore di Fidenza, milanese d'adozione

Risponde al telefono con una voce stropicciata, e la prima domanda che verrebbe da porgli è: "Devo chiamarti Giuseppe o è meglio Dente?". Conseguenze dei nomi d'arte. Giuseppe Peveri è l'artista in questione, cantautore per la precisione. Il suo ultimo album pubblicato, L'amore non è bello (2009), lo sta portando in tour per l'Italia fino al 5 novembre, quando chiuderà con l'ultimo concerto al Teatro dal Verme.

Sei in tournée dal 2009, qualcuno potrebbe pensare che sia ora di registrare un nuovo album. Una mia amica cinica sostiene che ormai chi fa musica guadagna più dai tour che dai dischi. Sarà mica il tuo caso?
"Scrivere, incidere, suonare live: sono momenti molto diversi tra loro che mi piacciono in egual misura. Ma dì alla tua amica che ha assolutamente ragione: per chi fa musica oggi, il tour è l'unico modo per guadagnare, non certo la vendita di dischi".

Quando sei sul palco fai spesso dello humour, il pubblico apprezza e ride tra un brano e l'altro. Il tuo è un atteggiamento spontaneo? 
"È che sono fatto così. Quando mi sento a mio agio, come nei live, mi rilasso, rido e scherzo. Mi è sempre venuto così anche per sdrammatizzare le mie canzoni che mi sembrano molto pesanti, non noiose ma pesanti".

Direi piuttosto che i tuoi brani siano freschi e leggeri...
"Non so, io ho sempre sbagliato tutto...".

I tuoi testi rivelano un grande amore per le parole. Gli ossimori, i non sense, la semplicità di linguaggio rivela questa tua passione. È così?
"Mi sono innamorato delle parole quando ho capito Ungaretti e quando ho capito che con le parole si può stupire. Un punto di riferimento per me è Pasquale Panella, che ha scritto alcuni brani di Lucio Battisti. La bellezza dei dischi di Battisti è nella capacità di creare melodie su testi che, se letti senza musica, suonano duri. È quello che vorrei riuscire a fare anche io: far suonare le parole in modo dolce".

Passi molto tempo sullo stesso brano, prima di capire che è pronto?
"Quando scrivo una canzone in genere ho già la melodia in testa e le parole vengono fuori insieme. C'è già una struttura del brano. Scrivo poco, pochissimo, tutto quello che ho scritto è praticamente pubblicato. Le canzoni arrivano quando ne ho bisogno e quando succede non è difficile scrivere. Spesso mi bastano anche venti minuti".

Ci sono autori che usano pochissimo la parola "amore" per paura di essere retorici e c'è chi ne abusa. Tu te ne servi in maniera discreta: ci sono delle espressioni che non useresti mai nelle tue canzoni?
"L'espressione giù in città, in italiano non esisterebbe, proviene dall'inglese downtown. E poi non mi piacciono i paroloni, che devi usare il vocabolario per capire una canzone, era una pratica abusata negli anni '90 e che trovo terribile. Non amo nemmeno certe forme che usava spesso Mogol, come gli occhi tuoi, l'anima mia, e così via, sono una roba tremenda".

Spesso si chiede ai musicisti cosa pensino di X-Factor. Io volevo domandarti chi vedresti bene come giudice, ma alzo il tiro: ci fosse un Paradiso dei musicisti, chi sarebbe San Pietro?
"Non ho la tv, non ho mai visto X-Factor. Io le chiavi del Paradiso le darei a chi la musica la scrive, la fa e la suda, a sue spese. Mi dicono che X-Factor è un talent show, secondo me non è esatto perché si limita a scoprire belle voci. Chi esce da questo programma pubblica un album scritto da altri, di suo non mette niente. Siamo ancora a Italia paese del bel canto, non si fa un passo in avanti. Da una parte i cadaveri che fanno rivivere rotonde sul mare e dall'altra giovani che si piegano a un meccanismo, quello dei reality, che peraltro non amano. Non c'è sostanza insomma".

Cambiamo argomento: i social network. La tua bacheca Facebook è piena di messaggi d'amore. Qual è la tua reazione?
"Mi fa un po' strano. Le persone tendono a idealizzare il cantante che ascoltano, l'attore che vedono. Mi stupisce però che ci si dichiari così!".

Da ragazzo non ti è mai capitato di dichiararti spudoratamente?
"Io da giovane andavo a un concerto e stavo zitto. Al massimo andavo a fare i complimenti al cantante. Ma preferivo evitare e fare i complimenti se il musicista lo incontravo per strada, sempre che trovassi il coraggio di avvicinarmi".

Sei di Fidenza ma Milano è diventata la tua città. Come la trovi?
"Mi sono trasferito qui cinque anni fa e ho incontrato gente buona, gentile, non ho avuto la classica brutta esperienza che si teme nella grande città. Io vedo Milano come una città tranquilla, per la vita che faccio io. È cambiata, si è intristita. In Italia, Milano è la capitale della musica eppure ci sono pochissimi locali dove si fa buona musica. Cinque anni fa ce n'erano dieci (il che è già triste), ma ora ne son rimasti forse un paio".

E tu quali frequenti?
"Circolo Magnolia in estate e La Casa 139 in inverno".

Oggi hai la barba oppure no? C'è una ragione precisa nel tenere la barba lunga?
"Oggi no. Dietro la filosofia della mia barba c'è solo la mia barba".

Un'ultima domanda: quanto ti scoccia rilasciare interviste?
"A volte vorrei morire dopo la seconda domanda, ma dopotutto mi piace parlare. Anche se non è vero. Le più brutte esperienze mi sono capitate con giornalisti che non ti conoscono. Non troppo tempo fa, uno mi ha chiesto di cosa parlassero le mie canzoni. E io: ma hai ascoltato il mio disco?. Risposta: Sì, ma di cosa parlano le tue canzoni?. Ecco".

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