Intervista a Daniele Silvestri

L'uomo col megafono era latitante, ma adesso è tornato: la musica gira intorno in un nuovo album

Sono in una stanza del quartier generale della Sony-Bmg. Di fronte a me c'è Daniele Silvestri, classe 1968, uno dei cantautori rivelazioni dell'ultimo decennio. Silvestri è un tipo che non bada a formalità. Gli stringi la mano, scambi un paio di battute e già ti sembra di conoscerlo da tempo. Il song-writer romano, dopo un lungo periodo di silenzio, torna con un nuovo albm: Il latitante, tredici brani inediti in uscita il 2 marzo. Per il ritorno al Festival di Sanremo, ha scelto La Paranza, un pezzo travolgente e movimentato che allaccia il musicista di oggi a quello di ieri.

Daniele, Perché questa assenza?
"Mi sono dedicato alla famiglia ed ho fatto il papà. Ho iniziato tre mesi fa a lavorare a questo disco e dal quel momento la latitanza è stata un po' forzata. Non è stato semplice ricominciare, è stato faticoso soprattutto nella prima fase. Mi sembrava che si fosse chiuso un ciclo. Sono ripartito da zero perché volevo spezzare degli automatismi di scrittura".

Quale è lo stile in cui ti trovi di più, visto che ti piace mischiare diversi linguaggi musicali?
"Nessuno, perché è la curiosità che mi spinge a muovermi tra un genere e l'altro, la voglia di sperimentare ambienti a me sconosciuti".

Come ti sei sentito interiormente nel passaggio dall’"Uomo col megafono" al "Latitante"?
"Spero di non essere passato a questo nuovo ruolo, anche se poi mi farà comondo. Così quando non mi presenterò agli inviti per promuovere il disco, potrò mettere le mani avanti. Non c'è Silvestri perché è un latitante. Non mi è passata la voglia di prendere posizioni precise, di mettermi in gioco, di rischiare anche la faccia. E' una caratteristica che mi porto dietro".

Cosa vedi attorno a te?
"La tendenza a cercare un rifugio piuttosto che a trovare il modo per combattere ed affrontare i problemi. Cerco di raccontare nelle mie canzoni questo desiderio molto diffuso. Forse il tessuto sociale in cui viviamo è diventato così instabile e precario da impedirci di percepire un ruolo preciso, in un futuro costruito senza definizione. Mi preoccupa l'idea del rifugio, è una sorta di sottomissione inconscia".

Perché hai deciso di tornare a Sanremo?
"Per darmi una scadenza altrimenti questo disco non lo avrei finito più. Sanremo per me è un momento propizio e liberatorio. E poi diciamo la verità: è l’unico evento che può competere in termini di ascolto con i campionati di calcio!".

Dando un'occhiata alla play-list, c'è una canzone dedicata ai gay dal titolo "Gino e l'Alfetta". Perché?
"Era un tema di cui volevo parlare da tempo. Avevo parecchi sensi di colpa nei confronti di alcuni amici omosessuali, che mi rimproveravano di non aver mai affrontato questo argomento. Poi mi sono trovato a suonare una serie di accordi che hanno tirato il lato femminile di me. La canzone si presta ad essere vissuta con una certa indole".

Come vedi la sfida di Internet nei confronti del mercato discografico? Pensia sia più stimolante il nuovo modo di fruire la musica?
"Noi musicisti e le case discografiche abbiamo un mestiere da rinventare. La rete porterà tali cambiamenti da non ragionare più in termine di produzione dell'album. Questo nuovo terreno non lo vivo con timore, bensì captandone gli stimoli. Internet non si basa sull'imposizione di un prodotto, ma sulla voglia libera di poterlo cercare. E questo fiuto di democrazia è la sfida del futuro".

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www.danielesilvestri.it