Intervista a Daniel Pennac

In occasione della lettura-spettacolo "Bartleby", lo scrittore francese racconta l'uomo "che preferiva di no"

Esistono artisti talmente geniali che, per rendere conto del proprio talento, sono costretti a cercare sempre nuove strade, come a voler liberare flussi incontenibili di creatività. Daniel Pennac è uno di questi e nel suo Bartleby lo scrivano, andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 30 gennaio all'1 febbraio, ne ha dato un’ulteriore prova. Quello che appare sul palco minimale, con poco più che una sedia sotto un occhio di bue, è lo stesso scrittore che ha partorito i personaggi surreali dell’epopea metropolitana di Benjamin Malaussène.

Su quel palco Pennac si è presentato nell’inedita veste di narratore in un classico della letteratura americana, il Bartleby di Melville, lo scrivano che "preferiva di no". E proprio quel "je préférerais ne pas" accompagna e scandisce nel monologo la dialettica tra la ragione dell’avvocato e l’assurdo dello scrivano, personaggi agli antipodi che Pennac riesce a far convivere nelle espressioni del viso e nell’inclinazione della voce, come archi e ottoni nella stessa sinfonia. Lo incontriamo in camerino.

Monsieur Pennac, un testo americano, recitato in francese per un pubblico italiano: non è forse un po' azzardato come esperimento linguistico?

"Spero di no. Perché io lo trovo molto divertente. Lo sarebbe ancor di più se a partire dalla traduzione italiana si potesse riscrivere il testo in americano e così via. La traduttrice dei miei romanzi in italiano, Yasmina Melaouah, riduce il gap fra i miei pensieri e i miei lettori, ma questa volta il gioco è un triplo salto nell’orizzonte delle parole".

Cosa rende speciale, oggi, il personaggio di Bartleby?

"Bartleby appartiene tanto alla letteratura quanto alla psicanalisi. Melville ha creato per la prima volta, come per una necessità storica, la struttura di un personaggio vuoto: un tipo universale, che tutto il mondo può riempire come crede, attraverso la propria interpretazione. Ogni spettatore, allora come adesso, può riempire Bartleby. Tu puoi essere Bartleby".

Veramente sembrerebbe più logico seguire la razionalità dell’avvocato…

"Ma non è così. Se prendi in esame tutte le epoche, fin dalla sua comparsa nel 1853, puoi sempre interpretare Bartleby come un rifiuto giustificato del periodo storico. Prendi ad esempio la prima guerra mondiale… preferirei di no; prendi l’attuale recessione economica… preferirei di no. La risposta di Bartleby ha sempre un senso, è più razionale del razionale".

Una "resistenza gentile" dunque, quella di Bartleby, ma per questo ancora più inappellabile di ogni altra argomentata opposizione. Non ci resta allora che sostituire il sottotitolo originale del racconto di Melville "Una storia di Wall Street" con l’universale "Una storia di oggi": chissà che non ci sveli un modo sano per fronteggiare le minacce della crisi.