Intervista Arturo Cirillo

Intervista a Arturo Cirillo

Il teatro fra irrequietezza, libertà, amore per il vero e processo creativo

Arturo Cirillo a 40 anni è un pluripremiato attore-regista, forte di un sodalizio decennale con Carlo Cecchi. Diplomato all'Accademia D'arte drammatica Silvio D'Amico nel 1992, è reduce dal successo allo Spazio MIL con Le Intellettuali di Moliere.  Fra i suoi successi, L'ereditiera e Le cinque rose di Jennifer del compianto Annibale Ruccello, uno dei massimi esponenti della nuova drammaturgia napoletana. In scena è spesso travestito, celato da grandi parrucche e trucchi provocatori, oscilla fra il comico e il grottesco suscitando ilarità, ma anche pensieri importanti e tanta passione, per lui e per un mestiere, quello del teatrante, che in questa intervista si vuole mettere meglio a fuoco.

Che cos'è per lei il teatro e che cosa significa farlo?
"Sin da piccolo il teatro è stato libertà di essere, fare, pensare, divertirmi, stare bene; una fuga dall'infelicità, che asseconda la mia irrequietezza e mi mette in discussione. Non posso che essere riconoscente verso questa meravigliosa forma d'arte. Il teatro è luogo di ricreazione: parallelo eppure così presente. Un luogo libero, tranne nel caso - minoritario - in cui è riproduzione di logiche televisive."

Che genere predilige?
"Io amo il teatro popolare, che susciti forti emozioni, divertendo, che sia dialogo diretto fra attori e pubblico: un teatro della gente, che, ogni sera, è un atto unico, inatteso, in continua tensione emotiva. La quintessenza del teatro è proprio che avviene lì ed ora, in un momento preciso con un determinato pubblico."

Se dovesse accostare il palcoscenico a qualcosa...
"Il teatro è amante, amico, giornata di festa, vittoria della verità. Ogni volta qualcosa di nuovo, inatteso, irrisolto, un brivido che non mi fa sentire del tutto a mio agio. Questa agitazione costante mi stimola a proseguire, mi rende vivo e felice di fare teatro."

Forse è più autentico il teatro del mondo?
"Tutto è falso per convenzione nel teatro che, per un cortocircuito formidabile, risulta reale molto più di tante pretese verità che ogni gorno sono propinate: illusioni di un sistema dove il mezzo monopolizza in un circuito di ipocrisie. Una maschera protegge, così come un travestimento, o un trucco ma sono anche la base di un processo di invenzione, cardine del mio teatro. Il mondo dell'immaginazione consente l'analisi del reale, l'autocoscienza, lo scandaglio delle situazioni e la conoscenza del sè."

Chi è l'intellettuale oggi e che spazi ha?
"Viviamo in un sistema dove il vero intellettuale non ha spazi. Si insegue l'estetica dell'intellettuale piuttosto di cogliere i suoi apporti. Pasolini è stato forse l'ultimo grande intellettuale a cui penso: fuori dagli schemi, non curante del potere e provocatorio. Ora un intellettuale non può che tacere, nascosto, forse assente. E in effetti siamo tutti un po' sopiti."

Forse si sentirà sopito, ma di certo risulta un vero intellettuale che, anche solo per telefono, trasmette una enorme tensione emotiva. Un po' magica. Certamente insolita.

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