Milano d'estate vive gli interni all'esterno

Spettacoli en plain air dall'Ottagono all'Accademia di Brera: Mercedes Ruiz e Chiamatemi Groucho

CUORE DI MILANO: L'OTTAGONO - Chitarra sivigliana, cajon e voce spagnola: suoni di ritmi calienti accarezzano il pavimento della galleria. A Milano c'è Mercedes Ruiz: 25 anni, di Jerez della Frontera, sguardo fermo sul pubblico, espressività di movenze e ritmi serrati infiammano l'aria già bollente. Il piccolo angolo spagnolo tra Flambar Zen da assaggiare e musica da assaporare ospita una tra le più grandi ballerine di flamenco, vincitrice del premio alla Biennale di Siviglia. I passi frenetici e ritmati, lo schiocchio delle dita, le mani sfregate e battute sulle gambe sono più veloci della musica; l'abito bianco salta sul palco, la scena cattura, attrae, spaventa, finché il ritmo si fa più lento, quasi triste, per poi risvegliarsi velocemente. Stile e carattere, occhi, mani, piedi che ballano, ondeggiano lievemente sotto la gonna di velluto. Esaltante sensualità è  trasmessa da gesti gentili e dolcissimi; tensione emotiva e naturale passione rivelano la leggerezza di un'artista che balla da più di 20 anni.

ACCADEMIA DI BRERA - Altro interno, altro cortile, altra atmosfera e Milano passa dalla Spagna a New York. I fratelli Marx, un avvocato e un'arpa sono gli ingredienti per una commedia che si svolge nel cortile dell'Osservatorio di Brera. Scene dipinte, tre porte, capelli rossi e mani lievi sui tasti di un pianoforte o di una macchina da scrivere sono solo i pretesti per mettere sul palcoscenico "Chiamatemi Groucho". La trama è la musica, la regia è una pianista e gli attori? Un avvocato, l'ambasciatrice di Freedonia, Salvatore Ravelli, una segretaria dalle unghia perfette e...la commedia è fatta!
Le parole si cercano, si rincorrono, scappano e si ingarbugliano senza senso in un esilarante gioco di cui non si conosce il punto di arrivo. Trombe e trombette, canti di Natale, linguaggi rovesciati e infedeltà, trattati di pace e furto di un quadro si alternano per ritrarre un'America a testa in giù, in cui la chiave di lettura è il jazz eclettico e un paio di scarpe e un gilet degli anni "30 di Miss Shaetzinger. E alla fine del guazzabuglio, tra svenimenti e liti..."Tanto va la gatta al lardo che bel tempo si spera" allora? Non resta che ridere!