Recensione musical Mamma mia!

Mamma mia!

Milano sogna il West End e fa parlare in italiano un musical che è già un cult

L'insegna luminosa che campeggia sul Teatro Nazionale la dice lunga: Milano sogna il West End londinese e fa parlare in italiano Mamma mia!, uno dei musical più acclamanti degli ultimi dieci anni, che ha riportato in giro per il mondo il pop svedese degli ABBA. Senza impelagarci nell'insidiosa questione sulla traduzione di un musical – sarebbe come dire guardiamo il film in lingua originale o lo doppiamo? – ecco questa versione Made in Italy, firmata dalla Stage Entertainment, che in certi momenti gioca più di testa che di cuore.

MAMMA MIA! - La storia è ormai nota a tutti e ci sono gli elementi della "commedia popolare" per far girare gli ingranaggi: l'isola sperduta, una mamma e la figlia, un vecchio amore lasciato in sospeso, la sorpresa con allegato il dubbio dei "tre papà sono meglio di uno!", le direzioni dei sentimenti, che nonostante i salti generazionali, restano praticamente immutati. Memori del carisma di Meryl Streep, Donna nella strepitosa versione cinematografica, si fatica a convincersi  che Chiara Noschese ne sia l'erede azzeccata, nonostante la sua sfacciata esuberanza la renda simpatica con quella cadenza romana. Memori di canzoni che hanno una fiera autonomia discografica, si fatica a convincerci che questi ABBA italianizzati, nonostante dietro ci sia la penna appassionata dell'ex Pooh Stefano D'Orazio, siano una volta per tutte la buona occasione per valorizzare hits come Dancing Queen, The Winner Takes it All, I Have a Dream o Take a Chance on Me.

I NAVIGLI NON SONO IL TAMIGI -
Il pubblico si scatena con le scene corali, tra il minimalismo incisivo della regia di Phyllida Lloyd e le coreografie briose di Anthony Van Laast, che forse meritebbero uno spazio d'azione più ampio. Esilaranti i siparietti di Giada Lorusso (Rosie) e Lisa Angelillo (Tanya), delicata la presenza scenica di Elisa Lombardi (Sophie), delizioso il tandem di Roberto Andrioli (Marco) e Gipeto (Giò). Nell'happy end a darci una bella lezione sono i giovani attraverso la voce di Sophie: "Abbiamo tutta una vita davanti. Partiamo dall'isola alla ricerca del mondo". I grandi invece ci lasciano la speranza che un amore finito in soffitta possa rifiorire.

Milano può continuare a sognare il West End, a patto che ci sia una consapevolezza di fondo, senza false aspettative: i Navigli non sono il Tamigi.