Teatro-Cucina, dal palcoscenico in pentola!

Trenta spettatori-commensali, quattro attori-servitori e la scena-cena è servita

Se si torna agli albori del teatro, la cucina si intromette nel rito del palcoscenico perché l'incantesimo ha bisogno del gusto per portarsi a compimento. In una Milano che soffre di proposte scontate, capita di scovare imbucata la giusta alternativa per trascorrere una serata diversa. Una provocazione? Ci può stare e così il Teatro in Polvere continua a mettere in scena da dieci anni il suo Teatro-Cucina, uno spettacolo firmato da Elisabetta Faleni e Valentino Infuso. Con la complicità dello chef stellato Davide Oldani, lo spettatore si trova ad essere commensale attorno ad una tavola a ferro di cavallo e quella che potrebbe essere una qualunque cena diventa l'essenza del motore drammaturgico.

EMOZIONI DA GUSTARE - Il palato assaggia e rincorre le scene che compongono l'allestimento come se il tempo scandito dalle portate fosse quello dell'esistenza di quattro personaggi. Due uomini e due donne danno vita a diversi quadri che cuciono storie dove la geografia dei luoghi traccia un minimo comune denominatore: il Sud, quello che da Napoli si spinge fino ai Balcani. Sembra di stare in una favola medievale tra ombre cinesi e l'uomo che impasta nel rito propiziatorio dell'abbondanza. È solo l'inizio, perché poi il tragitto prende strade diverse, acciuffando la pastosità proustiana nell'emozionante monologo di Infuso dedicato alle nonne o nei rintocchi della tradizione popolare partenopea che spiluccano Roberto De Simone e dintorni. Da commensale a un matrimonio in stile balcano – e pensare che Goran Bregovic ha visto lo spettacolo! – lo spettatore finisce nel vortice del trash napoletano tra due sposi che cantano in stile neomelodico una chicca che non vogliamo svelarvi. Poi ci sono le pozioni, le improvvisazioni e la discesa degli attori tra gli spettatori. Fossero le cinque portate la soluzione per scavalcare la barriera tra platea e palcoscenico?

ATTI E PIATTI - Intanto, fra tovaglie damascate e calici smaltati, cucchiai di legno e  posate d'argento, piatti in metallo e ciotole in coccio, la cena si intreccia con la scena. L'attore si fa cuoco e servitore, la farina si mescola alla danza, il vino duetta col canto, i profumi accarezzano le voci. E il cibo supera la sua materica essenza divenendo memoria, futuro, passione, seduzione, pianto, riso, malinconia e gaudio. In un culinario-teatrale chiasmo cosmico. Così, il pane nero spezzato incarna la cristiana sacralità; i rosati salumi evocano l'agricola rusticità; la pasta con le cicerchie, povera ma ricca di sostanza, riporta a una meridionalità verace; e le verze ripiene disegnano una liaison tra la lombarda tipicità e il senso dolce-agro dell'Est. Finché una brunita torta caprese regala un momento di smarrimento nelle gioie della gola, chiosato da un dolce liquorino e da un caffettino preparato nella classica cuccuma, servito nel bicchierino di vetro e corredato da soffice cremina. Come il napoletano rituale esige.

Applausi meritati per Valentino Infuso, Valentina Fogliani, Roberto Zanisi e Laura Gamucci, un gruppo molto affiatato che ha saputo restituire al pubblico del teatro l'impasto delle emozioni, che sono il segreto della buona riuscita di una messa in scena, in qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo.

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