Platonov e le contraddizioni della Russia

Applausi per Alessandro Haber al Carcano in un testo giovanile di Cechov

Anton Cechov non mente mai come ogni grande drammaturgo che si rispetti. E questa capacità lo rende sempre più attuale, in quella sua maniera raffinata di smascherare i conflitti e le ipocrisie di una Paese, confinato ai margini dell’Europa. La Russia sognata da Checov non era di certo quella zarina così come non sarebbe stata quella contemporanea messa nelle mani di un ex KGB. Platonov è un testo della gioventù, una scrittura drammaturgica ancora acerba, addirittura incompiuta, ma che si riallaccia agli sfondi dei diamanti del suo firmamento, da Zio Vanja a Il Gabbiano, fino al Giardino dei Ciliegi.

PLATONOV - Il protagonista di questa versione diretta da Nanni Garella altro non è che il prototipo rozzo di un don Giovanni condannato a vivere e perire nelle provincia. La squallida provincia russa, quella comandata dalla sola legge degli interessi, sopravvive seduta sulla giostra delle vecchie e inutili carcasse dell’aristocrazia militare sotto i retaggi feudatari. Il minimalismo scenico di Antonio Fiorentino agevola la pregnanza del testo e quel cellofan che avvolge lo spazio scenico costringe lo spettatore a barcamenarsi tra i ricatti della vita e le certezze della morte. I colpi di rivoltella che ammazzeranno Platonov non sono forse già un presagio del primo atto?

CECHOV OGGI - Alessandro Haber domina il palco con una bella interpretazione, avvalarota da un buon cast, padrone di tecnica e di trasmissione emotiva. Le luci di Gigi Saccomandi si inseriscono alla perfezione nella messa in scena a scandire i passaggi temporali, mentre Susanna Marcomeni tiene testa nei panni del suo personaggio femminile. Questa combriccola di bravi attori di teatro - perchè con Cechov non potranno mai misurarsi né "tronisti" né "istrioni televisivi" - imprime sulla scena la viltà di un Paese e della sua storia amara. È la Russia "di provincia" che non ha saputo attendere, rinunciando alle profezie della Perestrojka di Gorbaciov e sprofondando nel nuovo zarismo del XXI secolo. I grandi drammaturghi non si smentiscono mai, così come sul palcoscenico di Cechov o dietro la macchina da presa di Nikita Michalkov.