Pinter e dintorni: Tradimenti

Nicoletta Braschi si misura al Franco Parenti con un testo chiave del Nobel alla Letteratura

Ha sbagliato di grosso chi si è illuso che Tradimenti del compianto Harold Pinter avesse bisogno di un nome di spicco per ritrovare la sua platea. Anche se questo nome è la signora Nicoletta Braschi in Benigni. La drammaturgia dell'"arrabbiato" Pinter si muove sulle sue gambe, perché il suo teatro nasce e finisce con la complicità della letteratura e con una sua piena autonomia dalla messa in scena. Non è una bestemmia perché è ciò che ha reso lo scrittore inglese tra i più grandi drammaturghi del XX secolo.

TRADIMENTI - Il regista Andrea Rienzi si misura con un testo del 1977, giocando con un'impronta cinematografica che evoca la versione per il grande schermo firmata da David Jones sei anni dopo. Gli ambienti cambiano sullo sfondo di diapositive giganti e così i luoghi sono un buon pretesto per smidollare qualche pagina della storia del design british dei Seventies. Un capriccio vintage tra bei costumi? Oppure un'altra proposta risolutiva per connotare lo spazio-limbo della claustrofobica "stanza" pinteriana, che va oltre il "ventre materno" sponsorizzato da Martin Esslin? Fuori dallo spazio scenico, ricalcato dai dialoghi taglienti, dalle pause "pinteresque", dai silenzi insinuanti, non c'è niente, solo la morte: non si intravedono i misfatti che da lì a poco avrebbe commesso il governo scheletrico di Margaret Thatcher, non ci sono le umiliazioni subite dalla working-class anglosassone.

PRESS TO PLAY -
I tradimenti – siano quelli di due amanti, di un marito e una moglie, di due sorelle o di due amici – si sviluppano all'interno così come le contraddizioni dell'establishment inglese, localizzato tra Oxford e Cambridge, dietro le ipocrisie dell'inutile borghesia e della disfattista aristocrazia, come nel film L'incidente di Losey, sceneggiato dallo stesso Pinter.  E il gioco (lo squash) serve al drammaturgo inglese per smascherare la facciata, perché l'ambiguità del "play" si insinui  tra il "giocare" e il "recitare", rendendo i palcoscenico ancora una volta terapia di gruppo. La Emma della Braschi non convince – qualche spettatore evoca sottovoce il nome di Adriana Asti – mentre i due protagonisti maschili, interpretati da Tony Laudadio e Enrico Iannello, si sforzano con bravura di sopperire alla mancanza di tensione emotiva, il cordone ombelicare che avrebbe dovuto tenere in piedi la messa in scena.