Soul Survivors

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I Soul Survivors ci portano nel territorio delle superband di R&B costituite da musicisti che sanno suonare sia le scale blues, sia le scale del linguaggio jazz.
In questo territorio il mio album di riferimento è “Off the Top”, inciso nel 1982 da Jimmy Smith (organo) George Benson (chitarra), Ron Carter (contrabbasso), Grady Tate (batteria) e Stanley Turrentine (sax).
I Soul Survivors utilizzano la stessa formazione. Il leader è il chitarrista Cornell Dupree che racconta di essere stato affascinato dalla chitarra di Johnny “Guitar” Watson. Cornell dice oggi : “avevo 13 anni e suonavo il sax nella band del liceo. Mi innamorai della chitarra quella notte e chiesi ai miei genitori  di comperarmene una. Adoravo come si muoveva sul palco e le note che suonava. La cosa ebbe un effetto profondo su di me”.

I compagni di avventura di Cornell Dupree, sono Ronnie Cuber al sax, Les McCann alle tastiere, Buddy Williams alla batteria e Chuck Rainey al basso. Musicisti più che esperti. Hanno suonato in più di 3000 dischi, ci dice Nick the Nightfly, e in studio hanno accompagnato grandi star come Aretha Franklin.

Alle 21 e 10 è quasi tutto esaurito. Cornell Dupree sale sul palco senza farsi presentare. Camicia a righe marrone, pantaloni  beige, mocassini neri, occhiali leggermente oversize. Ha una sola chitarra. Una Jamaha solid body che sembra una Fender Telecaster. La collega a un ampli Fender Twin. Nessun pedalino. Nessun effetto a parte il riverbero dell’ amplificatore.
Cornell stacca il tempo per un blues a media velocità. Il suo solo  è classicamente  blues, mentre quello del sax di Ronnie Cuber è decisamente più jazzistico. Les McCann, seduto dietro a una tastiera Korg, accompagna con discrezione. Il batterista ci propone un breve solo e Cornell chiude il brano riproponendo il tema iniziale.
Dupree cerca di stabilire un contatto verbale con il pubblico. Estrae un pezzo di carta e ci spiega che il brano che sta per eseguire e’ in stile funk .

L’ atmosfera si scalda strada facendo e il pubblico apprezza il sound pulito, dinamico, coinvolgente.
“Adesso suoniamo qualcosa”, dice Cornell e ci suonano Something, Il tema esposto a note singole e’ veramente scarno. Poi il brano si riempie anche grazie al sax di Cuber che si impone come co-leader della band.
Cornell ci sfida a riconoscere Sunny. Il suo solo  utilizza prevalentemente scale blues, ma è interessante ritmicamente e ci sorprende con un  finale a note doppie alla George Benson.
Un bis conclude il primo set, mentre il pubblico si alza in piedi, applaude e vorrebbe ancora un po’ di musica.
Nell’ intervallo Cornell mi racconta che è dura la vita del Soul Survivor. In giro per il mondo per tre, quattro mesi. Lui ha già una certa età...
Giudizio finale? Una band compatta e convincente, non terribilmente originale.