Pat Metheney

Chitarrista e compositore, ritorna in Italia al Mazda Palace per un unico concerto

L’originalità di Pat Metheny, rispetto ai chitarristi jazz che lo hanno preceduto, è fuori discussione. Metheny deve a Wes Montgomery, Barney Kessel e Joe Pass meno di quanto Picasso debba a Braque.
Pat ha iniziato a suonare ad alto livello nel 1974. A quei tempi il chitarrista jazz era un musicista fuori moda e un po’ sfigato. Wes Montgomery era morto nel 1968 e il suo erede George Benson non era ancora esploso. Joe Pass suonava benissimo, ma era poco apprezzato dal grande pubblico. Al Ronnie Scott di Londra ho sentito Joe Pass suonare a gentile richiesta pezzi scelti dal pubblico, come in un piano bar.

Barney Kessel era forse il migliore di una serie di chitarristi poco distinguibili gli uni dagli altri. Lo swingante Herb Ellis, il fresco Tal Farlow, l’elegante Kenny Burrel, il minimale Jimmy Raney. Tutti bravi. Tutti un po’ tristi.
John McLaughlin, cercava di distinguersi, ma era considerato poco swingante  e troppo intrappolato nelle sue esperienze spirituali. 
In questo contesto semi stagnante è comparso lui. Pat Metheny da Kansas City. A quindici anni già sul palco con i migliori jazzisti della sua città. A diciannove anni, il più giovane insegnante al Berklee College of Music. Da lì in poi l’ originalità di Pat non si può spiegare, ma si può ascoltare.
Al Mazda Palace sono le 21 e un ragazzo dello staff mi aiuta a stimare 4000 spettatori, belli e brutti, giovani e meno giovani, tutti sudaticci e armati di birra e bibite fresche.

Alle 21 e 15 sale sul palco  Pat Metheny, pettinato come sempre e con una T-shirt a maniche lunghe e righe orizzontali alla Pat Metheny.
Inizia da solo mentre il pubblico prende posto. Cambia almeno sei chitarre e suona prevalentemente una acustica corde in nylon, una Ibanez semiacustica e una solid body con uscita synth. Tutte producono un sound alla Metheny, talvolta leggermente più aggressivo di quello che si ascolta nei dischi.
Pat parte deciso e senza presentare e presentarsi per settanta minuti ci suona il suo ultimo album "The way up". Settanta  minuti circa senza interruzioni, accompagnato da un gruppo  che, oltre al tastierista Lyle Mays, che da 28 anni gli fa da spalla come musicista e compositore, si avvale di una new entry, l’ armonicista Gregoire Maret.

The way up si aggiunge al già ricchissimo repertorio di Metheny costruito da quando nel 1974 debuttò sulla scena internazionale a fianco di Gary Burton. A cinquanta anni ha ancora una gran voglia di suonare. Un innovatore, ma anche un perfezionista, alla ricerca dell’eccellenza nella composizione, nel sound sempre perfetto, nello sviluppo del solo e forse nella pronuncia di ogni singola nota.  Pulizia, dinamica, espressione.
I musicisti che si sceglie suonano precisi come Pat.
L’armonica è così definita da sembrare una tastiera che fa il suono dell’armonica. La batteria è incredibilmente perfetta. Sono vietate  indecisioni e sbavature. 
Il pubblico apprezza e applaude come se il concerto fosse finito, ma in realtà siamo a meno di metà concerto.

Pat ha in canna ancora quasi due ore musica. Da questo punto in poi passa attraverso alcuni dei suoi classici che il pubblico riconosce, canta, o almeno tenta di cantare.
A mezzanotte Pat ci lascia, dopo un bis, correndo verso il camerino senza concedere autografi. Lo staff si affanna a smontare tutta la roba che è servita per lo show. Pat deve ricaricarsi. Domani è un altro giorno. Un altro hotel. Una  altra città dove rimontare il tutto per suonare.